Aver furia

Se è vero che tutto torna, dunque tutto parte
allaccia le cinture gira l’angolo scompare
bisbiglia incompreso si rende passato.
Ci vuole talento, mi ripeto
per abbagliare ogni sguardo
il diniego si acceca
e non ci si pensa più.

Oggi A. mi ha chiesto dov’ero quella sera che era uscito apposta per cercarmi. Ma io, giuro, non lo so, so solo che ero con me. Ci ho passato tanto di quel tempo che posso dirlo con certezza. E lui ha riso, prima di dirmi, che risposta del cazzo.
E ora so solo che ha riso, lui coi suoi denti bianchissimi, i bracciali al polso, quelli che non fanno rumore, mentre spegneva la sigaretta col piede e diceva maledetti fattori inquinanti. Mi ha detto avevo del riso che scadeva nella dispensa, come si fa a far scadere il riso gli ho chiesto io e lui, basta non mangiarlo. Poi ha detto quell’altra frase, quella che non ho sentito, passava il tram che ha ancora i passamano in legno, credevo che in città non ce ne fossero più. E mentre la diceva io sentivo solo il rumore del tram. Solo il rumore del tram. Forse mi stava dicendo sei bella, si si, forse stava dicendo proprio quella frase lì. Ho fatto finta di aver capito e mi è andata bene, non c’era bisogno di una risposta. Quando A. parla con me non guarda mai l’orologio, nè il cellulare, nè intorno. A. guarda me. Forse è sordo e lo fa per leggere il labiale, forse. Mi ha detto che una volta che guidavo io non abbiamo preso neanche un rosso, l’onda verde dei semafori ci ha portati dritti dritti al parcheggio sotto casa, ma io questa cosa non me la ricordo. Dice, ma sei sicura? va beh allora forse non ero in macchina con te.
E tu A. dov’eri quella sera che sei uscito apposta per trovarmi, dov’eri che non mi hai trovata?

(liberamente tratto)

Summers of us

E’ l’estate del 1993, me lo ricordo bene, in tutti i juke-box di tutte le spiagge e di tutti i campeggi risuona Laura Pausini che canta robe d’amore del suo primo album, e chi se le dimentica più. Io e C. siamo seduti sotto il sole, piedi a mollo e facce disidratate; aspettiamo che quei quattro disgraziati dei nostri amici tornino a riva col pedalò, si sono portati dietro un marsupio con le chiavi del motorino di C. che vogliamo andarcene a vedere la partita di calcetto al campetto e di camminare su e giù chi ce lo fa fare. Da quando qualche ora prima, sedendomi di fretta sul bagnasciuga ho battuto dolorosamente l’osso sacro sull’unica pietra di tutta la maledetta spiaggia di san bartolomeo, e ho scomodato tutti  i santi imparati a catechismo da bambina più qualcuno di quelli importati dai parenti padovani, C. non smette di ridere e prendermi in giro, ogni volta che mi muovo sulla spiaggia mi tira per un braccio e grida stai attentaaa!! Le mie orecchie non ne possono più e sono quasi stufa che mi prenda in giro da mezza giornata, ma è così che va con gli amici, gli si concede il lusso della derisione spicciola, che tanto è solo un gioco e la prossima volta lo sai che, di sicuro, non ti lascerà cadere ancora. Io nel 1993 ho 16 anni compiuti, C. ne ha 18, ha finito la scuola superiore con buoni voti e nella vita fa il nuotatore: al mattino alle ore più impensate, mentre il campeggio ancora dorme e solo qualche mamma prepara lenta la colazione, lui esce dal suo bungalow e se ne va in piscina, scavalca il muretto e si allena per un po’, fintanto che il bagnino sbuffando lo caccia fuori, tutte le mattine la stessa storia eh C, sono anni che appena inizio a lavorare sei la prima brutta faccia che vedo. Qualcuna di quelle mattine ci prova a portarmi con sè, vorrebbe farmi diventare una stella del nuoto ma io lo guardo dalla finestrella accanto al mio letto, gli dico vai  che ti raggiungo e lui sempre finge di crederci, sciabatta rumorosamente sulla ghiaia a darmi fastidio e se ne va. Proprio mentre recuperiamo dunque il motorino e l’asfalto del parcheggio sembra sciogliersi tra le strisce bianche, C. mi dice che quest’anno forse è l’ultimo in cui saremo compagni d’estate, che è diventato grande e vorrebbe andarsene in giro per l’europa, imparare davvero l’inglese, che di parlare solo italiano e qualche volta il dialetto non ne può più, e che lì, nel quartiere della periferia di genova dove è nato e cresciuto, o parli di calcio e di moto oppure fai il calciatore e ti compri la moto. Lui vorrebbe migliorare i suoi disegni, inventare fumetti e al genoa si che gli vuole bene, ma lontano dice che ci sa vivere lo stesso, e che è ora di cercare un posto dove stare, dove stare per un po’. E così tra una storia di stadio e una risata sul mio osso sacro dolorante andiamo a vederci il calcetto e decidiamo che stasera non scendiamo in paese con gli altri, ce ne stiamo tranquilli e sereni a giocare a carte e fissare le stelle, “che tanto, daria, due romanticoni come noi, chi vuoi che li capisca”. Quella sera la nostra solita partita di pinnacola dura un’eternità e finisce che la vinco io, C. mi paga la birra e ce ne andiamo su per il campeggio sulla strada che porta alla pineta, quella da cui non si potrebbe passare ma che è da anni il nostro posto preferito, si vede bene il buio delle colline e pure quell’anfratto mezzo illuminato dove i ragazzini vanno a baciarsi di nascosto dai genitori, e così noi sappiamo tutto di tutti e finisce sempre che ci ridiamo su come matti. Il cielo è di un blu così scuro che sembra impossibile osservarlo senza respiri profondi, anche se si vedono gli alberi e si sentono le auto in lontananza, sembra di stare dentro un quadro, che a girarsi ovunque non si vede altro che blu scuro. Rimaniamo lì, pensando a niente, accumulando ricordi, crescendo d’estate. Che è in quel momento che tutto si precisa e si definisce, diventa assai chiaro e rassicurante che non te lo scordi più e che se vedi una stella cadente hai ancora 16 anni e le chiedi un amico così per sempre, a insegnarti bene a nuotare, a salutarti dal treno in partenza, a dirti è nato mio figlio, si chiama Andrea e da grande chissà cosa farà.

with a little help from (for) my friend

Che se il sonno recasse il vero
e solo per non dar nell’occhio
lo destasse quand’è ormai buio
facilmente mi arrenderei al patto
accomoderei chiuse le valigie
raccoglierei intorno furori e stagioni.
Un tempo fu quel ballo, ricordi
a portarmi in piedi a centro sala
tra un sigillo e un passo lento
della mia attempata gioventù
e un giorno sbagliai stazione
per un treno fermo e in orario
che non mi vide mai arrivare.
Ci misi spazio e distanza e polvere
ci misi fatica ed estremità
lo vidi infine passare in corsa
e non tentai di fermarlo nemmeno.
Che se il sonno recasse il vero
e portasse in salvo viaggi e viaggiatori
ti direi riposa, amico mio
che già domani saprai tutto
anche spiegarti di me.

Rocce, coperte di muschio, campi tutt’intorno


La vista è sul mare, una passeggiata solitaria, i ricordi spesi di un’estate. Il vento lascia svegli i pensieri, lo vedo al di là delle finestre, far roteare le foglie, mulinelli di sabbia in volo, l’incedere regale di un inverno così mite.
Oltre l’acqua, che ha memoria di piogge, fintanto che arrivano gli occhi e anche di più, e ancora, una terra che solo si immagina, non si vede, non si scorge. Potrei uscire, lo so bene; buttarmi senza saggezza a muso duro, anticipare cosa, chi, se. E invece scelgo, e resto qui. Con la primavera e l’attesa ci costruisco un futuro, qualcosa cui andare incontro, qualcuno da incontrare. La sabbia che sfugge, mi dico, finisce in castelli; non sono di carte, e nemmeno in concorso.
Attraversato il vetro, ecco, lo sguardo è già fuori: scruta impreciso, rivede anche ieri. Le mascelle serrate, a pentirsi e a perdonare, da prima incrociate le braccia e poi è l’istante dopo, un segno che è resa.
Mi piace pensare che non sia tutto qui, perchè c’è da diventare, evolvere, sapere. Imbeccare un evento, distinguerne il carato. Riacciuffare il proprio passo e riportarsi a terra ferma; sfoggiare abiti eleganti perchè non si è dovuto nuotare.

Remember the Tinman (go find your heart and take it back)

L’anno 2013 è iniziato da poche ore e sto già parlando fitta con un vecchio amore.  L’anno nuovo ha già a che fare col passato, ci avrei scommesso, io. Ma è così che faccio, dissolvo ogni dubbio generandone un altro e poi un altro ancora e via così. C’è chi mi vorrebbe diversa, più sicura e decisa, più inalterata nel giudizio di me, ma non basta ascoltarsi e ascoltare, bisogna avere fiducia e senza certezze la fiducia non è possibile mai. E’ un bel po’ di tempo che non mi lascio andar via così. Ma è tutto normale, sapete, ci sono abitudini e persone che non si perdono solo perchè mille volte si pronunciano parole come no. E c’erano cose che mi erano congeniali le ho portate avanti per tutto quel pezzo di vita, che poi un giorno uno è arrivato e ha detto eh no non vai bene così, e allora sono cambiata. E poi, come sempre accade, non andavo bene nemmeno diversa e così sono rimasta senza una cosa e pure senza quell’altra. Ma è stato un successo, in verità. Però ora ci vuole un confronto, un ritorno, una spalla forte che conosco da sempre. Che subito sembra strano ritrovarsi a parlare di noi ragazzini, quasi non ci ricordiamo bene e i racconti ci si confondono, ma in un attimo tutto ritorna comune e definito, è così che ti riconosco ed è così che riconosci me. Ogni volta che ti ritrovo è un atterraggio sul morbido, come dopo 100 mila ore di volo di una carriera da pilota. Ed è l’ora tarda che mi risveglia da te, ho deciso che è a casa mia che voglio dormire, così mi metto la giacca ti abbraccio tu mi dici grazie e che sono bella e i tuoi occhi, io lo so, per una vita li ho sognati. Ci sono cose che le persone non sanno capire, sia che succedano a loro oppure ad altri; la comprensione ad un certo punto si blocca, si smarrisce e non arriva più a destinazione. Io questa cosa non me la spiego e stranamente nemmeno me la domando. Però è un bel vantaggio quello che hai su di me, stai lì ad aspettare mentre vivi la tua vita e butti sempre uno sguardo indietro, sai che presto o tardi mi ricordo bene la strada perchè te la ricordi bene anche tu.

Ebbene, non so voi ma io a questa cosa dell’anno che finisce e ci si lascia alle spalle vecchie cose per andare verso cose nuove, ci ho sempre un po’ creduto. Per il momento ho ripescato nei ricordi, rimesso a posto vecchi soprammobili, ripiegato le lenzuola stese e cucinato solo per me. Già che tutto questo tempo della mia vita lo passo in gran parte da sola o con le persone sbagliate, tanto vale avere lo stomaco pieno e le braccia ben allenate. Se vi dicessi che spero in un po’ di serenità sarei banale ma sincera, è solo che la serenità non basta, ci vuole sempre qualcuno con cui condividerla e quasi sempre si finisce a spartirla con chi in fondo un po’ ne approfitta solo perchè qualcuno sereno non l’ha mai incontrato. Ma checchè se ne dicano di me, mi piace pensare che sarò ancora in grado di passare queste notti e ricondurle ad un pensiero, non farmi ingannare dalle parole e inventare una nuova me. Io credo di non essermi mai piaciuta, almeno non davvero, almeno non per molto. Quindi, ancora una volta, penso che cambierò.

“E se dentro ci fosse un un biglietto? Aiutatemi, mi sono perduto. Chiaramente non ci sarebbe – i ragazzi non vanno per mirtilli con carta e matita – ma supponiamolo soltanto. Immagino che la soggezione che sentirei sarebbe oscura quanto un’eclisse. Eppure, è soprattutto solo l’idea di tenere quel secchiello tra le mie due mani, immagino – oltre che un simbolo del mio vivere mentre lui muore, la prova che in realtà io so quale ragazzo era – quale ragazzo tra noi cinque. Leggere ogni anno nella sua crosta di ruggine e nello sbiadire del suo lucido scintillare. Sentirlo, cercare di capire il sole che ci è brillato sopra, la pioggia che ci è caduta, le nevi che l’hanno coperto.  E chiedermi dov’ero io mentre ognuna di queste cose gli stava accadendo nel suo posto solitario, dove ero io, cosa stavo facendo, chi amavo, come me la cavavo, dov’ero. Per poi guardare il mio viso in quei punti dove ci fosse ancora rimasto del riflesso. Riuscite ad afferrare?”  Stephen King, “Stagioni Diverse – Il Corpo (Stand by Me)”