Ricomincio a dormire a pancia in giù

 Questo il racconto. Sono all’incirca le sei del mattino di già sabato ed io sto giusto per andare a dormire. Sono stata fino ad una manciata di minuti fa a presenziare ad una festa casalinga con tutta la mia vita passata; amici, amore, bocciature a scuola, vodka alla menta e biondi svenuti in camera da letto. E’ proprio quando le mailing list dicono “non vi preoccupate ragazzi, è una serata come un’altra” che è il caso di prepararsi ad un evento per cui occorre tutto lo smalto e i soprannomi dei vecchi tempi. Non è solo per dire, ma è stato davvero fantastico. Insomma sono all’incirca le sei e la mia testa tocca finalmente il cuscino; contando che si era sollevata poco meno di 24 ore prima, posso ritenermi soddisfatta del risultato, neanche a dirlo. Poichè ho un appuntamento nel pomeriggio verso il centro di Torino in una di quelle che appare già un’affollata giornata di primavera senza troppi giubbotti, mando un sms e avverto che l’appuntamento possibilmente slitterà. Il mio amico, che nel frattempo più che ad una festa ha passato la notte fermo all’aeroporto, mi bestemmia dietro qualcosa nel suo tipico dialetto del centro Italia e, tutto sommato pensa, riesco anche a fare la spesa. Dopo poche ore di sonno, gli operai di fronte casa mi ricordano che il sabato non è affatto giorno di riposo per tutti: guardo fuori, penso che il sole proprio no, non ce la posso fare, mi rimetto orizzontale e ricado senza alcuna fatica nel sonno. Quando riapro gli occhi per la seconda volta, non so affatto che ore siano, ma la mia stanza, vista da così, ha uno strano aspetto, triangolare e sospeso. Il collo mi fa male che nemmeno ci voglio pensare, il materasso non sembra lo stesso di sempre e io mi dico per un attimo, oddio sono Spud che si sveglia a casa della ragazza; e sappiamo tutti com’è finita. Invece no, dolori a parte, il rannicchiamento del risveglio mi ricorda tappezzerie anni settanta e vetrinette coi soprammobili mai impolverati, un tappeto a fiori e colazioni di pane raffermo e latte caldo. Ho ricominciato a dormire a pancia in giù, come da bambina facevo sempre, e se questo non è un buon segno, ditemelo voi, cos’altro è.

(Il centro di Torino, sabato pomeriggio, era un tripudio di code davanti alle gelaterie, panchine occupate e pedoni che attraversano col rosso. Ma quando è sceso il sole, il giubbotto ce l’avevamo tutti, eh si.)

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Ricomincio a fumare di mattina

Proprio mentre, tanto per cambiare, andavo a lavorare (allavorare), mi si è affiancata al semaforo una giovincella in stile sciarpa mille colori comodamente seduta sulla sua Panda 30. Ciondolante dallo specchietto, il suo fedele arbre magique con tutta probabilità al gusto pino silvestre. Se c’è una cosa che mi riporta indietro nel tempo, oltre alla mia naturale attitudine per la malinconia, è l’odore dei deodoranti per le auto, quelli fortissimi da mal di testa rigorosamente anni ’80 o qualcosa di più. Insomma, giù di lì. E qui parto con la lamentela. Non si potevano sopportare per più di 5 semafori, io credo, anche se mi concedo il lusso di avere ricordi distorti a proposito della mia infanzia-barra-adolescenza. Che se lasciavi per caso una maglia in auto te la ritrovavi al gusto di ciliegia o peggio ancora di vaniglia mista a Muratti Ambassador, proprio quelle, si si, quelle che fumava tua mamma. Molto meglio, voglio dire, accendersi una sigaretta nella tua macchinetta già anni 2000 che te ne freghi in assoluto di tenere fintamente profumata, e mentre te ne vai a lavorare (allavorare) tiri giù il finestrino e ti godi ancora un po’ di quel freddo invernale che ti sveglia la coscienza e si porta via il fumo dall’abitacolo. Se ti va bene. Altrimenti ti fa tossire per giorni e giorni proprio mentre sei a lavoro (allavoro). Ormai è ufficiale, quindi. Ho ricominciato a rivivere da tabagista anche al mattino. Non che io sia un’integralista, ma in giorni come questi, con il sole che si affaccia dall’inverno e il pensiero di tenersi svegli fino a sera, ci sono poche cose che ti danno una mano così significativa come i vizi che ti porti dietro da quando eri ragazzina. E, davvero, mi va bene così. Perchè qualche anno fa ero io che mi affiancavo in Panda 30 e sciarpa multicolore, e mi guardavo intorno ai semafori per vedere muoversi bocche senza sentirne uscire suoni. Mariti e mogli che decidevano la spesa, amici all’uscita del liceo con le ragazze in minigonna sedute a ridacchiare, e umanità varia che si perde nel traffico appena arriva verde. Molto di questa vita che si svolge nelle automobili, mentre ci si sposta da un dove ad un altro e intanto si escogitano scorciatoie e deviazioni inutili, solo per giungere ad una destinazione. Con o senza arbre magique, poco importa, vi pare?