Ricomincio l’Autogestione

All’incirca un paio di settimane fa, mi succedeva spesso di svegliarmi in piena notte, e la mia sveglia segnava sempre le 4:44. Inevitabile pensare ai Cavalieri dell’Apocalisse, inevitabile credere che stesse per cambiare il corso della mia storia, della mia vita. Ma tutto è ancora come sempre, tutto è ancora come sembra. Finchè dopo varie nottate passate a dormire di un sonno profondo, ieri la veglia è arrivata ancora all’improvviso,  e questa volta erano le 3:33. Con me è sempre così, mi sono necessarie procedure precise, le seguo con una dedizione che mi stanca la testa, e appena ogni cosa torna ad essere come deve, riprende la sua naturale direzione, io le metto in dubbio e cambio il percorso, addirittura le ore di incontro con me. Questa è dunque un’altra delle occasioni che ho per smontare e rimontare tutto, ribaltare l’idea che ho di me, rimettere i piedi sulla mia strada. Non so, è ovvio, a cosa vado incontro, ma è un buon momento per ridestarmi dal sonno, riavvolgere le matasse, riordinare i cassetti. Sembra incredibile a dirsi, ma sono giorni senza domande. Giorni d’impegno e distrazione, giorni di sole e consuetudini inattese. Incontri che ricorrono, voci che non avevo più sentito, cose di cui non sapevo niente. E così ricomincio l’autogestione, che per me è ricorrenza e consuetudine, come un secondo ne scandisce un altro e poi un altro ancora, che il tempo accade e puoi starne certo, e ti rigenera, ti riaccomoda,  ti sostituisce o ti rincontra.

e bla bla bla

Ricomincio a ridere di gusto

Ieri verso l’ora di pranzo, incredibile a dirsi, il mio cellulare suonava; sul display un numero sconosciuto alla mia già nutrita rubrica. Rispondo e scopro che è L. 

Brevemente vi informerò sul fatto che L. è uno stronzetto con cui sono uscita un certo numero di volte l’anno scorso, più giovane di me e del genere che piace un po’ a tutte le ragazze, bello e disattento. Insomma un bel giorno di all’incirca un anno fa, dopo aver addotto trecento inutili scuse sulla sua disattenzione, mi ha dato un appuntamento a cui poi non si è mai presentato. Potremmo, in questa sede, elaborare parecchie teorie su quanto l’inaffidabilità sia un buon metodo di baccaglio nell’era moderna, ma finiremo comunque col dire che, di base, ci ha rotto le palle. Mentre cerco quindi di riprendermi dal quasi ridicolo shock di risentire la sua voce (e facendo pressochè finta di non riconoscerlo subito), la mia reazione immediata è, ma che cazzo vuole questo? Ci diciamo ben poche cose, io sono seduta alla mia scrivania con l’ufficio al completo e lui è in pausa pranzo in mezzo ad un traffico fastidioso. Prima che io gli dica “guarda sono di fretta, devo andare” lui ha giusto il tempo di pronunciare la parola “caffè” buttata lì in una frase che non riesco bene a sentire. L’assonanza, però, basta ad innescare il più classico dei deja vu. Poi saluto e metto giù. Non so ancora, a distanza di più di 24 ore, cosa ci siamo detti esattamente, ma dopo pochissimi minuti ricevo un sms che dice: passo a prenderti sabato pomeriggio. E lì il deja vu è finalmente al suo livello Matrix. Accadono cose inspiegabili, quindi, e tutto questo racconto è un pretesto per un appello. Dopo le vostre necessità del sabato mattina, quali la spesa, la rasatura, il cazzeggio e la cultura, abbiate un pensiero per la vostra amica Corvina: coinvolgetemi in qualunque cosa dobbiate fare, traslochi, malocchi, scelte di tendaggi, lettura di cronache del 1966: insomma, impeditemi di fare anche sta cazzata. Perchè, giuro, muoio dalla voglia di vedere come va a finire.

(la parentesi è per Plinio e anche un po’ per Nick Hornby)

Ricomincio a sentire il freddo

Ho sempre vissuto in case con gli spifferi, da quando mi ricordo. Che muovono l’aria avanti e indietro e all’aria si aggiungono i pensieri. E’ soprattutto nei momenti di (in)sano ozio che li vedo circolare senza meta, quelli che ho lasciato in sospeso perchè non mi andava di andargli dietro, quelli che ho condiviso con qualcuno che non ha voluto portarli via con sè, quelli idioti, che manco ci dovevano passare per la mia testa. Allora finisce sempre che, per fare un po’ di ordine intorno, spalanco le finestre a qualunque ora del giorno o della notte e mi libero dei ricordi più scomodi fermi in casa ad assorbire il fumo delle sigarette. Ed è lì che arriva il freddo, quando cerco di fare in modo che la corrente non sposti anche me e che non si scombinino i fogli sul tavolo che ancora devo dividere per bene. Appena mi stufo di starmene in disparte ad aspettare che il gelo si porti via tutto, richiudo le finestre e agli spifferi non ci penso più. C’è sempre un che di simbolico, in tutto questo, qualcosa che sembra aver a che fare con le aspettative e le risoluzioni della mia vita di tutti i giorni. Dettagli che non afferro con clinica precisione, a dire la verità, ma che mi collegano direttamente alle cose e mi insegnano a prendermi cura di me. Il tempo è disatteso, per ciò che mi riguarda, e seppure mi attenda una nuova stagione di sole e bellezza, non ho ancora ritirato le coperte e se a qualcuno di voi servissero, ne ho ben più di una. Potete starne certi, ancora poche settimane e ci incontreremo, io col mio sorriso ormai da grande e voi pronti ad offrirmi da bere.

(Look up, if you like me. Look up)

Ricomincio a riconoscerli uno per uno

E’ da non credersi di quanti coglioni sia pieno il mondo. Escludendo quelli già noti alla cronaca e ai gossip, sia chiaro. Ne incontro almeno una decina ogni santissimo giorno e vi assicuro, le prime volte era bello ridere alle loro spalle, ma dopo mesi e mesi di risposte non pertinenti, di frasi buttate lì alla cazzo e di capacità di risoluzione dei problemi pari a meno quattro, è rimasto ben poco di cui ridere. Ci vuole coraggio, dico, a spacciare per geniale un’idea idiota e allora mi chiedo, ma chi cazzo li ha fatti entrare tutti questi? Non c’è manco un po’ di sana selezione all’ingresso? Che si creda ciecamente alla teoria del Creatore o che se ne prenda scettica distanza la mia domanda è sempre la stessa: ma chi ci lavora, lì, all’Ufficio del Personale? Qualche colloquio attitudinale pre-natale non sarebbe per niente una brutta cosa. L’unica teoria a cui ho da sempre dato credito è quella platonica dell’Iperuranio. Ancora oggi spiega perfettamente perchè, partendo dall’esistenza di un mondo in cui risiedono unicamente le Idee, ci sia qui tutta sta gente con l’encefalogramma piatto. E poichè, secondo Platone, il vero valore di un’Idea risiede nella sua universalità, più idee universalmente idiote hai mollato laggiù, più sei da considerarsi universalmente un coglione.

Ricomincio a fuggire dai falò

Era l’estate del 1992, finita da poco la scuola, io e i miei amici avevamo già fatto l’ingresso nel mondo dei grandi al concerto dei Guns ‘n’ Roses, con capelloni di tutte le età che ci sudavano intorno e ci pressavano sull’autobus verso casa. Mi piacerebbe raccontarvi che partimmo in 4 per un viaggio lungo la ferrovia, alla ricerca della soluzione di un mistero e la perdita della nostra innocenza, ma non è così che andò, il numero 4 c’entra ma non ha niente a che vedere con la letteratura. Dunque dicevo, quell’estate io e vari amici partimmo per quello che sarebbe stato l’ultimo campo con la chiesa, un’intera settimana di ragazzini brufolosi e sgallettate con gli occhi sgranati, preghiere facoltative e camerate di letti singoli con grandi finestre che mostravano la campagna. Ciò che avrebbe accompagnato le nostre riflessioni e la nostra crescita sarebbe stata la lettura de Il Piccolo principe, e chi non ci ha lasciato il cuore in quel libro. Ecco, io proprio no. Quello su cui contavamo era farci vedere dal ragazzo che ci piaceva e magari scroccare qualche dedica sul diario, del tipo grazie è stata un’estate fantastica. Nel caso ci fosse andata bene avremmo avuto qualche bel ricordo da condividere dopo anni davanti ad un bicchiere di vino e a qualche pacchetto di sigarette. Il ragazzo che piaceva a me, neanche a dirlo, piaceva  a tutte, era bello come il sole, divertente e sveglio, amico di tutti e pluri premiato nelle gare studentesche di atletica.E poi c’era un altro ragazzo, che si chiamava Francesco, con cui io non ero mai andata granchè d’accordo;  a soli 15 anni si vantava di aver avuto un sacco di storie e per me era davvero brutto, di quei brutti con la faccia che sembra montata al contrario e che quando ridono sfoderano più che altro un ghigno, che non si capisce mai se ridano di te o con te. Un pomeriggio iniziò a diffondersi nella camerata la notizia che i ragazzi stessero stilando la classifica delle ragazze; una di quelle classifiche serie, con tanto di voto a fianco al nome e di elezione della più carina. Chi sarebbe stata l’eletta tutte lo sapevamo già, tanto era evidente la sua bellezza spavalda in un mondo di adolescenti le cui esperienze sentimentali erano pari soltanto a Caporetto. Insomma, dopo qualche pressante indagine tra gli amici più fidati, venimmo a conoscenza della maggior parte dei voti. Io, come sempre, me la cavai con una serie di oneste sufficienze, dovute in gran parte alla mia spiccata dote di cabarettista senza palco che pratico ancora oggi con, direi, buoni risultati. Mentre, però, sbirciavo qua e là le votazioni date alle mie amiche, lo vidi nero su bianco, sul foglio di F. Daria: 4. E si che ne avevo presi di pessimi voti a scuola, mi accingevo a vivere gli anni più bui della mia resa scolastica anche se ancora non lo potevo sapere, perciò quel voto così sincero e diretto sulla mia faccia e tutto il resto mi prese alla sprovvista e non seppi come fare. Mi rabbuiai e mi rovinò la giornata. Quella stessa sera, il mio animatore, Pietro, mi si avvicinò e mi chiese cosa avessi, io senza troppi giri di parole gli spiattellai il mio magone sulle scale della chiesa, proprio come una confessione in piena regola, e pensare che l’ultima vera fu alla Comunione. “I ragazzi – mi disse – capiscono le cose sempre tardi, non è colpa di nessuno, sono fatti così.” Poi mi fece un gran sorriso e mi disse và dagli altri che dopodomani si parte. Il giorno dopo ci agitammo nella preparazione delle valigie e nella stesura delle riflessioni da leggere di fronte al fuoco, la settimana era finita e bisognava condividere con tutti il romanzo di formazione. Come vuole la tradizione adolescenziale, si organizzava il falò di fine ritiro, vicino al bosco, al campetto di pallone. Quel disgraziato 4 preso il giorno prima, ancora mi girava per la testa, e con F. diventai così simpatica ma così simpatica che non mi si avvicinò mai più, lui e la sua faccia storta, nemmeno quando, di ritorno a Torino, ci incontrammo come sempre alle panchine dei giardinetti. Ma quella sera, che sembrava un addio e che invece era solo un arrivederci, seduta accanto al fuoco incrociai lo sguardo dell’unica persona che avrei voluto mi guardasse. Qualche minuto dopo, mentre tutti erano presi dalle loro chiacchiere e nessuno faceva più caso ai numeri, mi si avvicinò mi prese per mano e mi portò via con sè. Mancammo poco tempo, forse mezz’ora, forse meno, e ho pochi ricordi giuro, fatta eccezione per le risate in lontananza e l’imbarazzo giovanile nel baciare qualcuno che mi piacesse così tanto. Poi ci sentimmo chiamare e, un po’ scemi un po’ seri, tornammo accanto al fuoco. Nessuno ci rimproverò, solo qualche tacito sguardo di ammonimento e qualche risatina pettegola tipica dei 15 anni. Quant’ero felice. Qualche settimana dopo, tornati ormai alla vita torinese, trovai nella buca delle lettere una cartolina, che mi fece ridere come poche volte nella vita: “Primissima nazionale sui vostri teleschermi; per la prima volta FUGA DAL FALO’. Ciao, Pietro”. Le cose belle a volte durano un istante, una sola sera, un solo giorno. Ci piacerebbe riprodurle in avanti nel tempo, come un cd fermo nello stereo che finiamo per riascoltare, e riviverle allo stesso modo, prendercene il merito. Ma la fugacità è la loro vera bellezza, e da quando siamo diventati grandi ce lo scordiamo sempre.

Ricomincio a pensare che sia meglio di no

Chi mi conosce lo sa bene, non sono un’ammiratrice dei cambiamenti. Neppure se li organizzo e li pronostico da mesi, neppure se sento che meglio di così non avrei potuto fare. Li affronto come un pomeriggio al cinema da sola, sei abbastanza grande da andarci, ma essere in compagnia di qualcuno che rida con te e tutta un altra cosa. Certo sono cose che dico sempre, ogni volta, e chi mi conosce sa bene anche questo. Che faccio fatica ad accettare le imposizioni, che in fondo sono sempre la stronza ribelle di 17 anni che rincorre sogni idioti pensando siano roba da grandi. La verità è che non c’è più tempo per le parole dette casualmente, non c’è più tempo per aspettare un segno distintivo del futuro che mi aspetta, non cè più tempo per credere che tutto si aggiusterà e l’estate sarà bellissima e il cielo di nuovo terso. Qui si sta sulle proprie gambe, e niente di più. Ricomincio a pensare che è nella mia testa che qualcosa non va, che mi accanisco sulle cose e non mi resta il tempo per pensare a me. Così vivo tutti i giorni, senza riuscire a spiegare veramente, a nessuno, come vadano le cose dentro di me, che quando piove da me si sta bene e c’è sempre qualcosa di cui ridere. “Questa primavera – mi ha detto qualcuno – va vissuta senza pesi alle caviglie” ed io la penso allo stesso modo. Non so bene cosa significhi sentirsi leggeri, nè non portarsi dietro chili e chili di vissuto che pensi sempre possa servirti e alla fine non ti serve mai a niente. Ma anche questa è un’altra storia e la mettiamo tra tutte quelle che non ho mai raccontato e tra quelle che non sono stata ancora in grado di scrivere. E così ricomincio a pensare che sia meglio di no; combattere per chi non vuole o mollare per dire che vorrei. Ci sono davvero poche strade per giungere a qualcosa, è una è la rinuncia. Fa molto romanzo dell’800, fa molto effetto boomerang ed è così che sono io.  Vediamo dove vado, vediamo dove arrivo, vediamo come e vediamo con chi.