Ricomincio a fuggire dai falò

Era l’estate del 1992, finita da poco la scuola, io e i miei amici avevamo già fatto l’ingresso nel mondo dei grandi al concerto dei Guns ‘n’ Roses, con capelloni di tutte le età che ci sudavano intorno e ci pressavano sull’autobus verso casa. Mi piacerebbe raccontarvi che partimmo in 4 per un viaggio lungo la ferrovia, alla ricerca della soluzione di un mistero e la perdita della nostra innocenza, ma non è così che andò, il numero 4 c’entra ma non ha niente a che vedere con la letteratura. Dunque dicevo, quell’estate io e vari amici partimmo per quello che sarebbe stato l’ultimo campo con la chiesa, un’intera settimana di ragazzini brufolosi e sgallettate con gli occhi sgranati, preghiere facoltative e camerate di letti singoli con grandi finestre che mostravano la campagna. Ciò che avrebbe accompagnato le nostre riflessioni e la nostra crescita sarebbe stata la lettura de Il Piccolo principe, e chi non ci ha lasciato il cuore in quel libro. Ecco, io proprio no. Quello su cui contavamo era farci vedere dal ragazzo che ci piaceva e magari scroccare qualche dedica sul diario, del tipo grazie è stata un’estate fantastica. Nel caso ci fosse andata bene avremmo avuto qualche bel ricordo da condividere dopo anni davanti ad un bicchiere di vino e a qualche pacchetto di sigarette. Il ragazzo che piaceva a me, neanche a dirlo, piaceva  a tutte, era bello come il sole, divertente e sveglio, amico di tutti e pluri premiato nelle gare studentesche di atletica.E poi c’era un altro ragazzo, che si chiamava Francesco, con cui io non ero mai andata granchè d’accordo;  a soli 15 anni si vantava di aver avuto un sacco di storie e per me era davvero brutto, di quei brutti con la faccia che sembra montata al contrario e che quando ridono sfoderano più che altro un ghigno, che non si capisce mai se ridano di te o con te. Un pomeriggio iniziò a diffondersi nella camerata la notizia che i ragazzi stessero stilando la classifica delle ragazze; una di quelle classifiche serie, con tanto di voto a fianco al nome e di elezione della più carina. Chi sarebbe stata l’eletta tutte lo sapevamo già, tanto era evidente la sua bellezza spavalda in un mondo di adolescenti le cui esperienze sentimentali erano pari soltanto a Caporetto. Insomma, dopo qualche pressante indagine tra gli amici più fidati, venimmo a conoscenza della maggior parte dei voti. Io, come sempre, me la cavai con una serie di oneste sufficienze, dovute in gran parte alla mia spiccata dote di cabarettista senza palco che pratico ancora oggi con, direi, buoni risultati. Mentre, però, sbirciavo qua e là le votazioni date alle mie amiche, lo vidi nero su bianco, sul foglio di F. Daria: 4. E si che ne avevo presi di pessimi voti a scuola, mi accingevo a vivere gli anni più bui della mia resa scolastica anche se ancora non lo potevo sapere, perciò quel voto così sincero e diretto sulla mia faccia e tutto il resto mi prese alla sprovvista e non seppi come fare. Mi rabbuiai e mi rovinò la giornata. Quella stessa sera, il mio animatore, Pietro, mi si avvicinò e mi chiese cosa avessi, io senza troppi giri di parole gli spiattellai il mio magone sulle scale della chiesa, proprio come una confessione in piena regola, e pensare che l’ultima vera fu alla Comunione. “I ragazzi – mi disse – capiscono le cose sempre tardi, non è colpa di nessuno, sono fatti così.” Poi mi fece un gran sorriso e mi disse và dagli altri che dopodomani si parte. Il giorno dopo ci agitammo nella preparazione delle valigie e nella stesura delle riflessioni da leggere di fronte al fuoco, la settimana era finita e bisognava condividere con tutti il romanzo di formazione. Come vuole la tradizione adolescenziale, si organizzava il falò di fine ritiro, vicino al bosco, al campetto di pallone. Quel disgraziato 4 preso il giorno prima, ancora mi girava per la testa, e con F. diventai così simpatica ma così simpatica che non mi si avvicinò mai più, lui e la sua faccia storta, nemmeno quando, di ritorno a Torino, ci incontrammo come sempre alle panchine dei giardinetti. Ma quella sera, che sembrava un addio e che invece era solo un arrivederci, seduta accanto al fuoco incrociai lo sguardo dell’unica persona che avrei voluto mi guardasse. Qualche minuto dopo, mentre tutti erano presi dalle loro chiacchiere e nessuno faceva più caso ai numeri, mi si avvicinò mi prese per mano e mi portò via con sè. Mancammo poco tempo, forse mezz’ora, forse meno, e ho pochi ricordi giuro, fatta eccezione per le risate in lontananza e l’imbarazzo giovanile nel baciare qualcuno che mi piacesse così tanto. Poi ci sentimmo chiamare e, un po’ scemi un po’ seri, tornammo accanto al fuoco. Nessuno ci rimproverò, solo qualche tacito sguardo di ammonimento e qualche risatina pettegola tipica dei 15 anni. Quant’ero felice. Qualche settimana dopo, tornati ormai alla vita torinese, trovai nella buca delle lettere una cartolina, che mi fece ridere come poche volte nella vita: “Primissima nazionale sui vostri teleschermi; per la prima volta FUGA DAL FALO’. Ciao, Pietro”. Le cose belle a volte durano un istante, una sola sera, un solo giorno. Ci piacerebbe riprodurle in avanti nel tempo, come un cd fermo nello stereo che finiamo per riascoltare, e riviverle allo stesso modo, prendercene il merito. Ma la fugacità è la loro vera bellezza, e da quando siamo diventati grandi ce lo scordiamo sempre.

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7 thoughts on “Ricomincio a fuggire dai falò

    • Lascia fare, caro MBullet, ci sono cose che se ti dicessi poi dovrei ucciderti.

      ah, noi abbiamo sempre una telefonata skype in sospeso…
      abbi fede, come dicevano ai campi con la chiesa
      ciao caro

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