On Air: Damien Jurado – Caught in the trees

Il fine settimana appena trascorso è stato, per così dire, educativo. Ballerini, nani e giocatori di biliardo sono stati esclusi dalle selezioni preliminari, pertanto ci siamo trovati noi, soliti guerrieri del fare e non fare, ad imbucarci a tarda notte ad una festa di giovani sperduti nell’inesorabile fine dell’alcool, per dire che così non si fa che bisogna comprarne di più, che una festa con la radio senza cd non porta mai troppa fortuna, dobbiamo insegnarvi proprio tutto? E poi qualcuno ha finito per seminare un bacio impertinente ad uno sconosciuto che a tutti i costi voleva l’autografo di Courtney Love da tatuarsi sul braccio. E allora accontentiamoli questi giovincelli al limite dei 20 anni, cresciuti con le cover dei gruppi e non con i gruppi quelli veri. Insomma è tutto il solito confuso marasma salentino, know how con continuità quasi calibrata, sonno dismesso e poteri occulti che diventano sempre più facili da gestire. Le mie azioni e quotazioni nella Borsa delle Bone sono diventate una specie di condizione necessaria per considerarsi degli investitori come si deve, e questo non può che rendermi orgogliosa, se non fosse che coincide col mio totale disinteresse per la mia vita di oggi e l’obbligato mistero di quella di domani. Così vivo e mi sveglio e mi riaddormento e mi controllo e mi deconcentro. Sono come quelle imponenti fontane, che trovi quasi sempre di fianco ai monumenti nelle piazze assolate delle città d’arte, che scrosciano a tutte le ore del giorno e della notte, e proprio nel momento di maggiore ammirazione per quello spettacolo inaspettato, volgi lo sguardo e leggi un cartello a caratteri in bronzo: Acqua Non Potabile. Allora sai che fai? Maledici il caldo, il governo, l’anarchia e lo smog, raccogli due euro e cinquanta dalle tasche e ti vai a comprare una carissima bottiglietta d’acqua al più vicino chioschetto. Ecco fatto, sete passata, e benedetta sia la plastica.

Che ci crediate o no, essere tristi non va più di moda e, per dirla tutta fino in fondo, nemmeno essere felici, e poi, perchè? Il vero trend del momento è l’amarezza. Che vi ostiniate ad accumulare bottiglie di plastica sul balcone o siate piuttosto dei fan sfegatati e convinti dell’acqua del sindaco, vicino alle fontane da cui non si può bere, l’amarezza è garantita, ma presto o tardi qualcuno capirà che sono fatte per tuffarsi e, alla faccia di tutti, si godrà il suo meritato ristoro.

(si ringrazia ed ossequia il caro Giò Malvida che ha linkato la signorina su facebook, donando una giornata di pura popolarità, oh yeah)

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On Air: Cowboy Junkies – Open Road

Questa mattina scendo di casa in un ritardo a dir poco epocale, non fa caldo in questa strana Torino di mezza primavera e io corro giù dalle scale con ancora la giacca da indossare, in bocca le chiavi della macchina e la sensazione netta, nettissima, di star dimenticando qualcosa. Già immaginando il traffico che mi aspetta, butto la borsa alla rinfusa sul sedile del passeggero, che tanto in macchina con me al mattino presto non ci voglio proprio nessuno, metto in moto più in fretta che riesco e, al solito, mi dirigo a lavoro (allavoro). La strada che faccio tutti i giorni ormai la potrei insegnare perfettamente ad un cane guida, ci sono quei tre o quattro semafori che incrociano strade morte e poi il resto è tutto un evitare di farsi investire dal sonno e da qualche nullafacente che dice ma sai che faccio stamattina me ne vado in giro senza motivo. Che va anche bene, sia chiaro, ma non quando ho 7 minuti e dico 7 per farmi trovare seduta alla scrivania, se possibile camuffando credibilmente il fiatone. La mia giornata dunque inizia così: tempo incerto e avverso, giacca sbottonata, 3 sigarette contate e un pensiero insistente che sfugge e che so che dovrei ricordare. Quando entro in ufficio ci sono due persone che mi aspettano, una proprio non so chi sia ma lo scopro presto, l’altra so benissimo chi è e so che è uno stronzo e che con tutta probabilità è lì per sbolognare a me qualcosa che dovrebbe fare lui. La mattinata passa così, telefoni che squillano, scadenze inquiete, crolli di nervi improvvisi, palesi manifestazioni di disagio antisociale. Insomma, la solita rottura di coglioni. Se poi ci aggiungiamo che il pranzo che ho ordinato per tempo è in ritardo di più di venti minuti e che quando mi arriva, è per sbaglio quello di un altro, allora i conti vi tornano perfettamente. Il pomeriggio è tutto uno sbadigliare e maledire di aver fatto tardi ieri notte, calcoli che non mi riesce di gestire e documenti in sospeso che si innalzano verso vette inesplorate. Ad un certo punto, e giuro non l’ho immaginato, arriva pure una telefonata dalla Cina (si, si, la Cina, quella vera) su cui nessuno si raccapezza e allora sai che c’è chisseneimporta eh, richiamate quando avrete problemi seri, tipo un Regime. Per farla breve riesco a mettere il naso fuori da sto manicomio che sono già le 19 passate, mi rimetto in macchina, ormai senza nemmeno una sigaretta rimasta all’appello, e poichè sta piovviginando, abbasso la levetta del tergicristalli; il movimento imprevisto svela alla mia vista un foglietto giallo, del tipo post-it, posato con sapienza sul mio parabrezza. Sarà una delle solite pubblicità, penso, come Dio ti ascolta o ascolta Dio, robe così, ma stupita e curiosa scendo e lo leggo. Sopra un’unica grafia, un’unica penna: Ciao D, buona giornata.

Oh anonimo, che poi anonimo proprio non sei, cerca di non augurarmi mai buone vacanze và.

(che cosa poi dovessi ricordare ancora non so, ma se inizio a scordarmi qualcosa, qua e là, non può farmi che bene.)

On Air: Iron & Wine

Si ripercorre avanti e indietro, la strada degli sbagli. C’è un efficientissimo servizio navetta che ti porta dove vuoi, tu sali sopra con la tua borsa piena di libri e la tua musica nelle cuffie e lui ti lascia esattamente dove non dovresti essere, e ti fa scendere proprio quando inizia a piovere e tu sei lo stupido senza ombrello, o quando il sole è allo zenit mentre indossi il tuo miglior maglione. E’ difficile trovare posto a sedere, vi avverto, il percorso è tortuoso e la gente sembra non sapere esattamente quale sarà la sua fermata, cosicchè, di tanto in tanto, gruppi di autonomi si accrocchiano davanti alle porte, si guardano intorno sperando in un cenno, ma la gente che sbaglia è così impassibile, si fa solitamente i cazzi suoi. Ci sarete saliti tutti, almeno una volta, e chissà se ci siamo incontrati a qualche fermata, chissà. Io ho fatto pure un concorso per conducenti, qualche tempo fa, ma è un mondo sessista, peccato, e le donne non ce le vogliono; a lamentarsi tutto il tempo che hanno dormito male o hanno il mal di testa o, come dice Paolo Conte, devono fare la pipì. Ma è questo che vi volevo dire: ad un certo punto, dopo il parco dai grandi alberi coi fiori bianchi, la strada fa una curva a sinistra e dovunque voi siate seduti o collocati, non c’è visuale. Una volta, proprio sulla curva, c’era un fermata, che potevi anche non prenotare, perchè la navetta finiva che si fermava sempre, anche se non scendeva mai nessuno. Era il punto migliore per finire la corsa, si poteva tornare indietro a piedi senza incontrare gran traffico e ti restava ancora un bel po’ di batteria per sentire buona musica. Avevi il sole alle spalle e un caffè ristretto ad aspettarti a casa. Poi quella fermata l’hanno tolta e non c’è altro modo, bisogna fare per forza la curva, accecarsi col sole che non ti sta a guardare davvero e scendere dove scendono tutti, perchè lì finisce la linea e se vuoi devi salire su un’altra. La strada è una sola ma i mezzi sono tanti, come la metro, come la vita. Io l’ho ripercorsa avanti e indietro quella strada, ma di mezzo ne ho sempre preso uno solo e più che uno era mezzo, questo lo so. C’è sempre gente che va e torna, con un’altra faccia e un altro fiato, e non fa che girare e girare e girare. Mi sa che mi costruirò un altro castello di carte, proprio sulla strada. Sembra essere l’unico posto al mondo in cui rimangano in piedi. Io ne ho già ben più di uno e sulla cima c’è sempre l’Asso di Cuori.