On Air: Cowboy Junkies – Open Road

Questa mattina scendo di casa in un ritardo a dir poco epocale, non fa caldo in questa strana Torino di mezza primavera e io corro giù dalle scale con ancora la giacca da indossare, in bocca le chiavi della macchina e la sensazione netta, nettissima, di star dimenticando qualcosa. Già immaginando il traffico che mi aspetta, butto la borsa alla rinfusa sul sedile del passeggero, che tanto in macchina con me al mattino presto non ci voglio proprio nessuno, metto in moto più in fretta che riesco e, al solito, mi dirigo a lavoro (allavoro). La strada che faccio tutti i giorni ormai la potrei insegnare perfettamente ad un cane guida, ci sono quei tre o quattro semafori che incrociano strade morte e poi il resto è tutto un evitare di farsi investire dal sonno e da qualche nullafacente che dice ma sai che faccio stamattina me ne vado in giro senza motivo. Che va anche bene, sia chiaro, ma non quando ho 7 minuti e dico 7 per farmi trovare seduta alla scrivania, se possibile camuffando credibilmente il fiatone. La mia giornata dunque inizia così: tempo incerto e avverso, giacca sbottonata, 3 sigarette contate e un pensiero insistente che sfugge e che so che dovrei ricordare. Quando entro in ufficio ci sono due persone che mi aspettano, una proprio non so chi sia ma lo scopro presto, l’altra so benissimo chi è e so che è uno stronzo e che con tutta probabilità è lì per sbolognare a me qualcosa che dovrebbe fare lui. La mattinata passa così, telefoni che squillano, scadenze inquiete, crolli di nervi improvvisi, palesi manifestazioni di disagio antisociale. Insomma, la solita rottura di coglioni. Se poi ci aggiungiamo che il pranzo che ho ordinato per tempo è in ritardo di più di venti minuti e che quando mi arriva, è per sbaglio quello di un altro, allora i conti vi tornano perfettamente. Il pomeriggio è tutto uno sbadigliare e maledire di aver fatto tardi ieri notte, calcoli che non mi riesce di gestire e documenti in sospeso che si innalzano verso vette inesplorate. Ad un certo punto, e giuro non l’ho immaginato, arriva pure una telefonata dalla Cina (si, si, la Cina, quella vera) su cui nessuno si raccapezza e allora sai che c’è chisseneimporta eh, richiamate quando avrete problemi seri, tipo un Regime. Per farla breve riesco a mettere il naso fuori da sto manicomio che sono già le 19 passate, mi rimetto in macchina, ormai senza nemmeno una sigaretta rimasta all’appello, e poichè sta piovviginando, abbasso la levetta del tergicristalli; il movimento imprevisto svela alla mia vista un foglietto giallo, del tipo post-it, posato con sapienza sul mio parabrezza. Sarà una delle solite pubblicità, penso, come Dio ti ascolta o ascolta Dio, robe così, ma stupita e curiosa scendo e lo leggo. Sopra un’unica grafia, un’unica penna: Ciao D, buona giornata.

Oh anonimo, che poi anonimo proprio non sei, cerca di non augurarmi mai buone vacanze và.

(che cosa poi dovessi ricordare ancora non so, ma se inizio a scordarmi qualcosa, qua e là, non può farmi che bene.)

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