To play my part

In seguito ad una serie di vicende slegate e indisponenti, me ne sto tornando a casa a bordo della mia macchina, decisa a buttare giù i pensieri, che sono queste le giornate che ti aiutano ad imbrunire con un po’ di sconsiderata dignità e ti alleggeriscono le gambe. Il caldo si è fatto soffocante, anche se sono ormai le 19.30 di un mercoledì che non è stato qualunque e mi piace assai pensare che non sono la persona qualunque che l’ha vissuto. Costruisco le cose attorno giorno per giorno, eseguo ordini e contesto inutili prese di posizione, invisa agli ipocriti e alle personalità di finto prestigio. Mi sento forte, una volta tanto, con le mie valigie mai pronte e gli abiti di sempre. Penso che potrei andare avanti così per tanta strada ancora, per quanto l’influenza che ho su di me si addensa e mi protegge dal frastuono di tutte quelle voci che spesso non sanno che dire e dunque gridano più forte delle altre. Così decido, faccio il giro lungo stasera, passo a recuperare quella collana che ho dimenticato nel negozio della mia amica, cammino un po’ per il parco della mia infanzia, me ne sto da sola a guardarmi intorno, mi godo la sigaretta del dopo lavoro, mi godo la mia ancora gioventù. Passo tranquilla e affaticata quest’ora  che mi separa dalla cena e scollego gli eventi, che è quel modo saggio che ho imparato per elaborare valide contromosse. Il parco è pieno di persone, bambini che si rincorrono, mamme che parlano dei figli, signori che si sa, in questi giorni, sono tutti CT della nazionale, ragazzini com’ero io seduti sugli schienali delle panchine a passarsi filtri e cartine e poi ciao raga ci vediamo domani. E’ così sano e reale, starsene lì ad ascoltare i suoni dell’estate che mi sono meritata, a pensare che cacchio mi mangio per cena che non mi ricordo cosa c’ho nel frigo, ma si per stasera va bene tutto, mi basta riprendere fiato e dire oggi sei stata brava, hai fatto quello che dovevi, hai fatto del tuo meglio. Non succede tutti i giorni, vi pare? Poi, mentre sono in macchina e davvero stavolta me ne torno verso casa, uno scooter con a bordo un ragazzo e una ragazza, mi sorpassa a destra al semaforo giallo, e me lo ritrovo fermo davanti al semaforo successivo, mentre penso guarda che stronzo, soliti razzismi tra motori. Ma mentre sono lì che aspetto il verde in quel semaforo che so durare un’eternità, il ragazzo con le all star rosse che guida lo scooter allunga il suo braccio all’indietro e con la forza d’affetto di cui solo gli uomini sono capaci, accarezza la gamba nuda della sua ragazza, intenta a tenere stretta la sua borsa blu appoggiata al fianco. Quel gesto, così vero nella sua normalità e così familiare anche se non rivolto a me, d’improvviso mi fa sentire sola, randagia in mezzo agli estranei, al gas delle auto, ai ricordi di altre estati. Il cuore mi va in panne e dietro gli occhiali da sole accenno mezza lacrima, poi finalmente il verde e finalmente verso casa, a guardare nel frigo e a dirmi oggi sei stata brava, hai fatto del tuo meglio.

E come diceva una volta il Degre, non t’impicciare più della tua vita, che non sono affari tuoi.

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13 thoughts on “To play my part

  1. Pingback: Cuore in panne « ilmiogrimmauldplace12

  2. ma il parco era il valentino? Se sì, avresti dovuto berti una birra agli imbarchini, ci sta sempre. E’ l’effetto sliding doors: avresti ritardato di dieci minuti il ritorno a casa, non avresti visto quel tizio che accarezzava la sua metà scosciata, e di conseguenza saresti stata meglio. Però poi non ci avresti scritto questo post, a pensarci bene.

  3. I semafori rossi e il loro opposto ovvero un’autostrada libera su cui la macchina va veloce. Ecco, sono i momenti peggiori (peggiori?), quelli del pensiero, quelli della lacrima dietro le lenti degli occhiali.

    • la penso come te, non sono i momenti peggiori, ma è proprio l’attitudine al vedere di buon occhio le cose pressochè tristi, che andrebbe cambiata. si, proprio quella.

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