To tell the right words

E’ un sabato notte qualunque quello di cui vi racconto. Il mio amico R. sta tornando a casa a piedi dopo essere sceso dalla metropolitana, proprio quella che io non prendo mai perchè non è vicina a casa e non mi porta dove dovrei andare. Cammina con calma e ripensa a questi strani giorni, il caldo poi la pioggia poi di nuovo il caldo, e quella telefonata che aspetta da secoli e che da secoli non fa squillare il suo telefono. Fino a poco fa la cena con gli amici e stato tutto un fare progetti per la casa i divani stappare birre e chiedersi del Ferragosto, ma lui ancora non sa, se non che si accomoderà sul suo solito divano e si godrà le Moretti nel suo frigo e per il Ferragosto beh, mancano troppe settimane per avere idee chiare, si vedrà. Mentre si avvicina al portone inizia a sentire il morso della fame, non quella vera eh, quella dei fine serata, quella delle troppe parole a parlare di cibo, che non ci si può coricare col morso e ci vorrebbe un bel pezzo di pizza che ti rimette in sesto anche se fa male alla salute. Ma si, pensa, faccio qualche passo in più e me ne vado al forno, mangio seduto sul marciapiede e poi a dormire che la domenica è dietro la porta. Ed è proprio quando fa per superare il portone che una macchina accosta e fa scendere una ragazza alta bionda, ben vestita. Oddio quella stronza odiosa della mia vicina, pensa R, meglio far finta di niente, che 8 piani proprio non mi vanno giù se li devo fare con lei. E così, guardando per terra, supera la macchina e la bionda e tira dritto, a mangiarsi quella pizza rossa che tanto gli va, seduto sul marciapiede, come dopo gli allenamenti ai giardinetti, che importa se sei da solo, la pizza vale un sacco di amici, eccheccazzo. Sono quasi le 2.30 quando R. apre il portone di casa, attraversa il solito tappeto bordeaux dell’atrio del palazzo, si guarda riflesso nello specchio e si dice eh si è proprio ora di dormire, guarda che occhi che c’hai. Ma appena gira a sinistra per chiamare l’ascensore, vede la ragazza alta e bionda e ben vestita seduta sulle scale, con la testa tra le mani e la borsa sparsa per terra senza ordine. Non sa cosa dire perchè lui quella lì la odia, lei non lo saluta mai e lo guarda strano come fosse trasparente, certe volte. Ma poi lo capisce facilmente, che lei sta lì e piange e che forse sta lì e aspetta, che qualcuno, un’ora fa le ha detto che tornava, o forse erano anni fa e poi non è tornato mai. Neanche si dicono ciao, come fanno sempre, ma lui sa che ha ancora del tempo da levare al sonno e senza dire una parola, si siede lì con lei, proprio braccio contro braccio, e come lei, con lei, aspetta, che il suo qualcuno ricompaia, e che quella telefonata arrivi e che quel tempo ritorni.

Ci sono poche cose così comuni a tutti come l’attesa, ma è bene non aspettar mai da soli, che il tempo s’inganna e lui ci casca sempre.

Winning The Prize, Baby

Il Blog Affidabile

Insomma l’altro giorno il caro Zuben mi ha dato questo premio, si si, proprio a me, corvina. Era da quando nuotavo a 15 anni che non vincevo più niente, anzi proprio adesso che ci penso mi viene in mente che quelli erano gli anni in cui smettevo di vincere le medaglie anche in piscina. In questi giorni, dunque, mi sono informata, e ho letto che c’è tutta ‘na cerimonia da seguire quando qualcuno ti affida questo premio, come pubblicare i ringraziamenti, nominare altri bloggers meritevoli, spiegare a tutti perchè questo blog è nato e fare solenni promesse. Ma alcuni di voi mi conoscono bene e sanno che non farò nulla di tutto questo, che le regole son fatte per sovvertire e allora eccoci qui. Io chiaramente ringrazio, che davvero questa non me l’aspettavo, e penso che ultimamente non è che proprio me la sia meritata questa nomina, che tipo è dal giugno 1974 che non aggiorno, e nonostante questo dalle statistiche vedo che i fedelissimi passano sempre di qua, ed è bello eh, davvero. Che poi, neanche a dirlo, che questo blog, come quello di prima, come le smemorande del liceo, e i diari col lucchetto a 8 anni, ci sono solo per la gran voglia di scrivere sperando di saperlo fare sempre meglio e mai sul serio. E per avere uno specchio di me, ricordare come sono, tenermi al fianco.

e quindi Zuben, grazie, le sorprese non sono quasi mai sul menù.