Feels like time is on my time

La stanza sa di incenso alla mirra, quello che compravo al balon il sabato mattina uscita da scuola e di fretta salita sul pullman che attraversa tutta la città, la metropolitana leggera, la chiamano, da prima che ci fosse la metropolitana, quella vera. Il ragazzo che mi ha fatta entrare ha poco più di vent’anni, lo sguardo di chi crede ancora di poter vivere con l’arte, una cascata di capelli ricci e un anello d’argento che gli ha regalato la sua ragazza conosciuta ai tempi del liceo. Mi guarda con gli occhi ammirati e dice ho letto tutte le cose che hai pubblicato e vorrei mi aiutassi a scrivere un finale, qualcosa alla tua maniera, qualcosa che dica tutto di me. Se non fosse che il ragazzo praticamente non lo conosco non sarebbe un gran problema e allora inizio a fargli domande, a intendere le sue reazioni al di là delle parole, faccio dell’umorismo una via semplice di comunicazione e lui ridendo mi racconta che si è bloccato su un dettaglio, una penna ferma sul foglio da più di un mese, una telefonata che non si aspettava e un cancello chiuso, che nessuno ha chiavi per aprire. Gli domando se trovarne le chiavi sia poi così importante e lui sgrana gli occhi e mi risponde che no, non è importante per niente. A quel cancello si è affacciato per anni da bambino, sul lungomare che ogni giorno d’estate attraversava con la bicicletta al fianco, perchè non si corre con la bici in mezzo alla gente, gli diceva sua mamma. Infilava la testa tra le grate e osservava quel viale alberato con i fiori gialli e per interi minuti si chiedeva cosa ci fosse lì in fondo, una casa dal porticato bianco come nei film americani, bambini che giocavano sull’altalena, palette e secchielli sparsi sul prato, un cane sonnecchiante vicino all’ingresso. Ci è tornato anche da grande a riguardare quel viale, a cercare un’immagine tra le foglie degli alberi, e ha percorso tutta la strada in salita al di là delle case, quella strada antica che porta al paese vecchio, dove l’hotel aveva preso fuoco e sbriciolato così gli anni della belle epoque. Si è affacciato dal belvedere, ha chiesto ai passanti, si è fatto la nomea del matto romantico, ha cercato di fotografare ma cosa? un pensiero, una fantasia di bambino, un’illusione da mago professionista. Poi un giorno ha lasciato stare, ha chiuso i fogli in un quaderno a quadretti delle elementari e ha pensato che no, non l’avrebbe saputo mai cosa c’era alla fine degli alberi dai fiori gialli.

A volte non c’è modo di scorgere certe cose che si intravedono in lontananza, nemmeno girando intorno alle costruzioni che non permettono la vista, nemmeno osservando dall’alto e cambiando ogni volta la prospettiva da cui osservare. Alcune cose hanno bisogno di essere attraversate, percorse fino all’origine e poi di nuovo fino alla fine, per trovare un luogo cercato, bambini che si rincorrono sotto il sole d’agosto, biciclette appoggiate in un angolo all’ombra, sabbia sugli asciugamani e umidità nell’aria che arriva dal mare. Addentrarsi a raccogliere fiori gialli ai lati del vialetto, chiudersi il cancello alle spalle. E andare.

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7 thoughts on “Feels like time is on my time

  1. Ragazze, rispondo a tutte voi in una volta sola.
    Le belle cose che mi scrivete sono un toccasana per me, e ho il sospetto che tengano anche lontano il raffreddore.
    Grazie.

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