Magari ti dico magari per fare un esempio

“Songs are like tattoos” cantava Joni Mitchell in una delle sue canzoni più conosciute

che poi non è nemmeno una delle mie preferite; che poi nemmeno Joni Mitchell è una delle mie preferite, se proprio lo devo dire. Ma è da quando l’ho riascoltata che ho in mente di fare questo: mettere dei punti fermi attraverso le canzoni che sono tatuaggi per me, poche e in bianco e nero, proprio come i miei tatuaggi veri. Quindi abbiate pazienza se ora parto nel solito viaggio dei ricordi, che sono una delle poche cose che conosco davvero bene.

Francesco De Gregori, Stella Stellina. Il mitico A. (mio papà) è da sempre un appassionato di cantautori italiani e li ascolta davvero tutti, come una mega collezione di testi che hanno qualcosa da dire. Quando ero piccolina stavo ore e ore ad osservare i vinili che conservava dietro una vetrinetta nel salotto di casa, che poi era anche la mia stanza e quei dischi erano talmente tanti che ancora oggi mi sembra di non averli mai guardati e ascoltati tutti. Uno dei suoi preferiti in assoluto era Viva l’Italia. Quando iniziavo si e no a saper leggere, non essendo lui un grande fan dei libri, si metteva con me seduto su quel grande tappeto a fiori anni 70 e mi faceva ascoltare i suoi dischi, mi dava i testi tra le mani e cantava con me. Stella stellina è un canzone dalla semplicità disarmante, che parla di viaggi e di donne di campagna, di certo non una delle sue canzoni migliori, ma io la amo profondamente. Mi trascina sempre tra le pareti di quella stanza, con i tendoni beige e i quadri dipinti da quello zio pittore che vive in Emilia, e non mi fa mai sentire sola, mi strappa un sorriso e mi fa vedere che sono grande ma che se non fossi passata di lì, oggi sicuramente non sarei quella che sono.

Pearl Jam, Garden. Quando ero al liceo, avevo un migliore amico, lo stesso che scriveva le frasi e le firmava Jim Morrison, lo stesso che si portò la cassetta di Manu Chao in giro per la Spagna. Eravamo come fratelli e non ci perdevamo mai di vista, ci incontravamo a scuola, poi tornavamo a casa insieme, dopo pranzo passavamo ore al telefono di casa evitando palesemente di fare i compiti e studiare, lui mi faceva ascoltare i Doors, io gli dicevo che il grunge era meglio e ci immaginavamo di lì a vent’anni, ognuno a modo suo, ma sempre insieme. Uno dei tanti giorni storti della nostra stramba adolescenza, facemmo una litigata colossale in seguito ad una serie di confessioni che avrebbero dovuto renderci più amici e invece ci allontanarono, perchè una cosa che non si può proprio chiedere a 14 anni è di saper reggere la verità. Gli adolescenti hanno sete di cose vere, ma le vogliono sognare e immaginare come possono e vederle lì spiattellate di fronte agli occhi, non è cosa per loro. Quel giorno sbattei forte la porta di casa sua, corsi a casa con le lacrime agli occhi e misi questa canzone 5 forse 10 forse 20 volte. La ascoltai a così alto volume e per così tanto tempo che nemmeno mi accorsi del telefono di casa che, sommerso dal disordine della mia stanza, suonava e suonava, mentre all’altro capo, ad aspettare che rispondessi, c’era lui, che tentava di fare una delle cose che nella vita ha fatto poche volte: chiedere scusa.

Calexico, All Systems Red. Non troppi anni fa, (incredibile a dirsi, penserà chi mi conosce) avevo un fidanzato meraviglioso. Lo amavo tantissimo, come si può amare qualcuno solo quando si è grandi e davvero si è coscienti di cosa si vuole e, più del resto, di cosa si vuole conservare. Noi facevamo insieme un sacco di cose, parlavamo di tutto ciò che ci passava per la testa, vivevamo i giorni agganciandoli gli uni con gli altri, ci scambiavamo film e musica, ci ascoltavamo davvero, ci sembrava di avere un futuro. In una delle tante giornate di sole vissute insieme, in un periodo strano e difficile per entrambi, andammo a passeggiare e a fumare nel nostro posto in collina che ci faceva sempre stare bene e ritrovare un po’ di serenità. Fu un pomeriggio come gli altri, in fondo, e mi sembrò di aver superato già ogni cosa, finchè, scendendo in macchina giù dalla collina torinese, tra una curva e un’altra, lui mi disse non ti amo più. E proprio mentre mi stessi giusto domandando che cazzo di scherzo bislacco potesse essere quello, lo shuffle dell’autoradio scelse questa canzone, che avevo ascoltato milioni di volte perchè io i Calexico proprio li adoro. Ma quella volta fu diverso, il suo silenzio e il mio silenzio, all systems red che inizia con la dolcezza e poi finisce col dolore, mi convinsero che no, non era uno scherzo, non lo era proprio per niente.

Califone, The Orchids. Un certo numero di anni fa, che proprio non saprei dire quanti anche se di certo non tantissimi, mi trovavo a casa di un amico con parecchie altre persone a cui ero e sono tuttora legata. Era una di quelle serate mezze invernali che nessuno ha voglia di uscire o guidare la macchina per finire nei soliti locali torinesi a bere e infastidirsi delle code ai banconi. Ce ne stavamo lì a ridacchiare e ricordare aneddoti spassosi mentre uno stereo buttava nelle casse non troppo potenti della musica varia a caso. Mi ricordo che ascoltammo sia i Beatles che gli Ace of Base, tanto per dire. Ma proprio mentre giocavamo a dadi e io stavo per vincere una delle mie solite partite, sentii questa canzone e me ne innamorai immediatamente, un colpo di fulmine che nemmeno sulla posta del cuore di Cioè. Chiesi a tutti, che canzone è? oh, raga, qualcuno sa che canzone è? Ma nessuno lo sapeva e qualcuno buttò lì dei gruppi a caso, un mio amico musicista mi convinse con un nome e un titolo, il giorno dopo facendo una ricerca scoprii che si era sbagliato e quella canzone si perse nella mia testa. Quest’anno 2012, in una delle mie giornate passate a costruire e demolire cose, ero a casa di una persona che conosco da un po’ a godermi il piumone e le risate dei primi giorni, ascoltavamo canzoni una dietro l’altra e, proprio mentre mi perdevo nella bellezza dello star bene, di nuovo questa canzone, la riconobbi subito e me ne innamorai un’altra volta. Gli chiesi che canzone è? e lui me lo disse. Penso che a volte incontrando persone, incontriamo anche risposte. Che importa se prima passiamo attraverso domande sbagliate, che importa. Alla fine una risposta arriva, ed è quasi sempre quella che attendevi da più tempo.

Magnolia Electric Co, Almost Was Good Enough. Su questa canzone c’è poco da raccontare. Ci innamorammo e tutto fu più semplice.

Sentimenti dei Pongo (for fun)


Giungo al dunque di una serie di pensieri sparsi e raffazzonati proprio alla fine di una settimana di totale riposo e fancazzismo che nemmeno al liceo quando tagliavo da scuola. Il mio telefono ha squillato parecchio e, a discapito della mia solita routine, non era la Vodafone a propormi offerte che poi non c’è niente di offerto perchè pago io. Ho capito che c’è molta (ma molta) differenza tra pensare che sia necessario cambiare e riuscire a cambiare veramente. Seppure in parte non sia nella mia natura di credulona e romantica (senza baffi da uomo) imparo che si può credere davvero in poche cose e quello che conta non è consegnare doni e miraggi ma osservare da vicino se stessi e ogni forma di estensione di sè. Ci sono cose che non accadono e se accadono è a qualcun altro e se è qualcun altro sicuramente lo conosci e se lo conosci non ti resta che dire, cazzo volevo proprio succedesse a me. Ci sono cose che sai gestire alla perfezione e che non permetti agli altri di gestire per te, ci sono cose  che non ti erano mai entrate nella vita e se prima ne conoscevi l’esistenza ma poco ti interessavano diventano come una buona tinta per i capelli, ciuffi bianchi o no, non è facile farne a meno. Alcune cose invece non sai proprio da che parte prenderle e da che parte lasciarle andare, sembra che ti ruotino attorno come le calamite e proprio come loro, finisci per respingerle, perchè sei calamita pure tu. E poi ci sono gli impegni, le cose che devi fare assolutamente, le persone che devi ascoltare per forza, i sorrisi che devi fare anche quando sei triste e quello che vorresti più di tutto è alzarti il piumone sopra la testa e via, pensarci domani o la settimana prossima o mai. Ci sono cose che ti cambiano le giornate, ti ammorbidiscono il cuore, ti insegnano a guardarti allo specchio e a dirti va tutto bene, lo sai che andrà tutto bene. E altre cose che fanno diventare buio assai presto e il cuore te lo straziano e di guardarti allo specchio non ne hai nessuna intenzione, nemmeno mentre ti lavi i denti, un gesto innocuo che tutti fanno e che fai anche tu. Ci sono così tante cose, così tante che nemmeno te le puoi immaginare tutte nella loro singolarità, è un miscuglio di eventi e interpretazioni che potrebbero unirti a qualcosa indissolubilmente e da qualcos’altro allontanarti senza meta o soluzione. Cose che tu sai non fanno per te ma ci speri e ci speri e ci speri ancora, finchè non ti vedi far altro che sperare e allora è il momento in cui molli. Cose che una volta non avresti dovuto mollare mai perchè nemmeno le avresti desiderate, cose che tu sai non essere vere, ma le racconti ugualmente, che tu sai di aver detto ma è meglio se quando le racconti fai sembrare che le abbia dette qualcun altro. Come il mio migliore amico al liceo che scriveva le sue frasi sulle smemoranda altrui e poi le firmava Jim Morrison; -da quando faccio così, tutti mi dicono che sono fighe-, mi spiazzò. E ogni cosa cambia ogni volta che cambi tu, anche se ti sembra di cambiare ogni volta che cambiano le cose. E’ un elenco in ordine confuso che durerebbe una vita intera, passarla ad aggiungere e togliere e sostituire e omettere, per poi trovarti una sera, senza che fuori piova, senza aver neanche pianto o bestemmiato, a comprendere per una volta fino in fondo che conti tu più del resto, che la tua forza è la forza che gli altri vedono e che trasmetti con onore, che c’è sempre qualcosa che non va se qualcuno ti vuole più o meno bene di quanto te ne vuoi tu. E che quello che provi senti percepisci e ascolti non conta niente, ciò che conta è la decisione che prendi, la scelta che fai.

E tra tutte le canzoni di El Camino, non potevo che scegliere la più triste come mia preferita, chevvelodicoaffà

Always the same way


Io e il mio amico F. ci conoscemmo una mattina di esagerazioni di un weekend giovanile ai Murazzi e mi detestò appena misi piede in macchina, il suo migliore amico e quasi fratello M. mi invitò a fare colazione con loro e io approfittai del passaggio e dell’invito perchè M. era un ragazzo bellissimo e brillante e continuavo ad incontrarlo in posti familiari da quasi un mese, insomma qualcuno lo chiama destino. Quando pochi giorni dopo M. divenne il mio ragazzo a F. proprio non andò giù e si limitò a qualche vuota parola di circostanza ed educazione, a sparire sapientemente ogni qualvolta comparissi e a tendere all’indifferenza. Era il suo modo per farmi capire che con me sarebbe sempre stato sincero, perchè lui era così, non sapeva fingere ciò che non era. Salì una sera a casa di M. proprio mentre stavo cucinando e decise che a quel profumo di cena casalinga avrebbe dato una possibilità. Fu così che tra un consiglio di cucina, un bicchiere di vino rosso e uno scambio di pareri sui reciproci scooter, diventammo amici e il resto fu tutta un’unica discesa di abbracci e familiarità. F. era un cuoco fenomenale, mischiava tra loro ingredienti improbabili e ne faceva delle pietanze da perderci la testa, sporcava mille posate e altrettanti piatti, dopo che aveva cucinato l’unico modo per avere una cucina pulita sarebbe stato quello di venderla e comprarne una nuova, ma io lo adoravo e l’avrei osservato per giorni, mentre come uno scienziato pazzo gestiva fumi e odori nella sua cucina ad angolo che sembrava un laboratorio di esperimenti culinari senza precedenti. Era capace di partire come un matto col suo scooter, fare km alle 8 di una fredda sera solo per cercare un ingrediente a suo dire fondamentale, e per quanto strano sembrasse a chi non lo conosceva, era solo per amore degli altri che lo faceva, perchè le sue cene dovevano essere semplici e perfette, e non gli si dava mai torto, seduti al suo tavolo passavano tutte le malinconie e le bruttezze dei giorni vissuti, ci si guardava gli uni con gli altri senza pregiudizi e complessi, si rideva come bambini e se diventava troppo tardi e la nebbia avvolgeva le strade, lui trovava un posto e una coperta per tutti e quelle serate, così, sembravano non finire mai. Si svegliava presto, andava a lavorare e lasciava la colazione pronta sul tavolo, qualche bigliettino con le faccine disegnate per il nostro risveglio, asciugamani puliti e il cane a fare la guardia, il suo cane che lo seguiva ovunque e qualche volta ai giardinetti scappava ma poi tornava sempre da lui. Una volta, mentre ce ne stavamo seduti per terra sul balcone, con le gambe a penzoloni nel vuoto mi disse che un certo amico dei tempi d’infanzia avrebbe cenato con noi, che M. ci teneva ad invitarlo perchè era solo ma che a lui non andava granchè perchè l’aveva ferito profondamente e da quella volta gli aveva tolto il titolo di amico, e di certo non gliel’avrebbe restituito mai più. “Con gli amici non ci si può tirare indietro, perchè l’amicizia è una responsabilità” mi disse quel giorno e, sapete, io non ci avevo mai riflettuto ma è una delle poche cose che credo ancora oggi essere vere. Mi disse però che i nemici, alla stregua degli amici, vanno accolti con riverenza e affetto, altrimenti non capiranno mai davvero cosa hanno perso per la strada, a cosa hanno rinunciato. Quella sera, nella sua cucina in disordine perenne, inventò una delle sue cene migliori e, puntuale come uno svizzero, portò in tavola una specie di trionfo epocale con portate a dismisura e fiumi di buon vino e di vita immaginaria e di sazietà. Regolò il suo conto col passato, ci ospitò a dormire e il giorno dopo mi portò con sè perchè a tutti i costi voleva insegnarmi come una vera dura di città mette lo scooter sul cavalletto e si leva il casco lasciando sciolti i capelli. F. era molte cose, un amico prezioso e una casalinga perfetta, un circense delle cucine e un addestratore di cani sconclusionato, un ragazzo giovane con mille possibilità e un concentrato di vita pronta ad esplodere

L’ho salutato un giorno che avevo gli occhi lucidi e qualcuno d’importante che mi teneva stretta la mano perchè non cadessi. Non ci eravamo detti che poche parole in quella telefonata estiva, fai il bravo, fai la brava quando torno mi racconti, un appuntamento mancato che ancora scrivo sui calendari. Averne avute tante e tante ancora di cene attorno al suo tavolo, e poi a correre dietro al suo cane ai giardini sotto casa, guardare insieme qualche film e sentirgli dire sempre quella frase, oh ma non è mica tanto realistica, sta roba qui, che mi faceva imbestialire, cazzo F. è un film! e lui la diceva apposta perchè quanto lo faceva ridere che io mi arrabbiassi. E adesso gli direi hai visto come siamo grandi, ormai lo scooter neanche ce l’abbiamo più però ti passo a prendere e andiamo in quel posto che fa la panna montata e ce ne mangiamo un quintale. E ora che siamo qui, per una volta, per questa volta, sono io che proteggo te, proprio come avrei voluto fare sempre.

Wishin’ well


Per un respiro d’affanno
che dura un’attesa
per l’inverno alle porte
e la neve ai falò.
Un cerchio di sole
che brucia la pelle
ammicca agli illesi
e scongiura tempesta.
Avevo un pensiero
dotato di senno
che ho corretto d’errori
e pesato al suo netto.
Un progetto in disparte
dagli ascolti confusi
di un addio che non sembra
aver compreso anche me.