Always the same way


Io e il mio amico F. ci conoscemmo una mattina di esagerazioni di un weekend giovanile ai Murazzi e mi detestò appena misi piede in macchina, il suo migliore amico e quasi fratello M. mi invitò a fare colazione con loro e io approfittai del passaggio e dell’invito perchè M. era un ragazzo bellissimo e brillante e continuavo ad incontrarlo in posti familiari da quasi un mese, insomma qualcuno lo chiama destino. Quando pochi giorni dopo M. divenne il mio ragazzo a F. proprio non andò giù e si limitò a qualche vuota parola di circostanza ed educazione, a sparire sapientemente ogni qualvolta comparissi e a tendere all’indifferenza. Era il suo modo per farmi capire che con me sarebbe sempre stato sincero, perchè lui era così, non sapeva fingere ciò che non era. Salì una sera a casa di M. proprio mentre stavo cucinando e decise che a quel profumo di cena casalinga avrebbe dato una possibilità. Fu così che tra un consiglio di cucina, un bicchiere di vino rosso e uno scambio di pareri sui reciproci scooter, diventammo amici e il resto fu tutta un’unica discesa di abbracci e familiarità. F. era un cuoco fenomenale, mischiava tra loro ingredienti improbabili e ne faceva delle pietanze da perderci la testa, sporcava mille posate e altrettanti piatti, dopo che aveva cucinato l’unico modo per avere una cucina pulita sarebbe stato quello di venderla e comprarne una nuova, ma io lo adoravo e l’avrei osservato per giorni, mentre come uno scienziato pazzo gestiva fumi e odori nella sua cucina ad angolo che sembrava un laboratorio di esperimenti culinari senza precedenti. Era capace di partire come un matto col suo scooter, fare km alle 8 di una fredda sera solo per cercare un ingrediente a suo dire fondamentale, e per quanto strano sembrasse a chi non lo conosceva, era solo per amore degli altri che lo faceva, perchè le sue cene dovevano essere semplici e perfette, e non gli si dava mai torto, seduti al suo tavolo passavano tutte le malinconie e le bruttezze dei giorni vissuti, ci si guardava gli uni con gli altri senza pregiudizi e complessi, si rideva come bambini e se diventava troppo tardi e la nebbia avvolgeva le strade, lui trovava un posto e una coperta per tutti e quelle serate, così, sembravano non finire mai. Si svegliava presto, andava a lavorare e lasciava la colazione pronta sul tavolo, qualche bigliettino con le faccine disegnate per il nostro risveglio, asciugamani puliti e il cane a fare la guardia, il suo cane che lo seguiva ovunque e qualche volta ai giardinetti scappava ma poi tornava sempre da lui. Una volta, mentre ce ne stavamo seduti per terra sul balcone, con le gambe a penzoloni nel vuoto mi disse che un certo amico dei tempi d’infanzia avrebbe cenato con noi, che M. ci teneva ad invitarlo perchè era solo ma che a lui non andava granchè perchè l’aveva ferito profondamente e da quella volta gli aveva tolto il titolo di amico, e di certo non gliel’avrebbe restituito mai più. “Con gli amici non ci si può tirare indietro, perchè l’amicizia è una responsabilità” mi disse quel giorno e, sapete, io non ci avevo mai riflettuto ma è una delle poche cose che credo ancora oggi essere vere. Mi disse però che i nemici, alla stregua degli amici, vanno accolti con riverenza e affetto, altrimenti non capiranno mai davvero cosa hanno perso per la strada, a cosa hanno rinunciato. Quella sera, nella sua cucina in disordine perenne, inventò una delle sue cene migliori e, puntuale come uno svizzero, portò in tavola una specie di trionfo epocale con portate a dismisura e fiumi di buon vino e di vita immaginaria e di sazietà. Regolò il suo conto col passato, ci ospitò a dormire e il giorno dopo mi portò con sè perchè a tutti i costi voleva insegnarmi come una vera dura di città mette lo scooter sul cavalletto e si leva il casco lasciando sciolti i capelli. F. era molte cose, un amico prezioso e una casalinga perfetta, un circense delle cucine e un addestratore di cani sconclusionato, un ragazzo giovane con mille possibilità e un concentrato di vita pronta ad esplodere

L’ho salutato un giorno che avevo gli occhi lucidi e qualcuno d’importante che mi teneva stretta la mano perchè non cadessi. Non ci eravamo detti che poche parole in quella telefonata estiva, fai il bravo, fai la brava quando torno mi racconti, un appuntamento mancato che ancora scrivo sui calendari. Averne avute tante e tante ancora di cene attorno al suo tavolo, e poi a correre dietro al suo cane ai giardini sotto casa, guardare insieme qualche film e sentirgli dire sempre quella frase, oh ma non è mica tanto realistica, sta roba qui, che mi faceva imbestialire, cazzo F. è un film! e lui la diceva apposta perchè quanto lo faceva ridere che io mi arrabbiassi. E adesso gli direi hai visto come siamo grandi, ormai lo scooter neanche ce l’abbiamo più però ti passo a prendere e andiamo in quel posto che fa la panna montata e ce ne mangiamo un quintale. E ora che siamo qui, per una volta, per questa volta, sono io che proteggo te, proprio come avrei voluto fare sempre.

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9 thoughts on “Always the same way

  1. pensavo che certi post
    mi smuovono dentro pensieri,
    immagini,
    situazioni passate, presenti
    e addirittura future.
    certi post stanno quasi per inumidirmi gli occhi
    e insomma uno ci si deve sforzare perchè restino il più secchi possibile.

  2. sì, penso sia terapeutico scrivere questo tipo di post. E ogni volta mi vien da farti i complimenti, ma suonano banali se te li faccio sempre. No? Perciò ti dico che no, Harry Potter proprio non lo sopporto.

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