Dissonnie

“Ti amo”
“Come scusa? e’ andata via la voce”
“Ti amo”
“No dai, più tardi ti chiamo io”

Sono ormai le 3 del mattino, semafori che lampeggiano lungo tutta la città, quotidiani invenduti, rimasugli di sonno in fondo agli occhi. C’è un momento, ogni volta che rincaso, in cui mi domando come sbagliare strada, ritrovarmi da un’altra parte, non sapere come tornare. E mi rimane inspiegato il motivo delle distrazioni, come avvengano per caso, con quale criterio il caso le decida mentre io me ne sto lì ad aspettarle e a sperare che avvengano. Come d’improvviso ritrovarmi in quel giardino di periferia dove giocavamo a crescere, e tutto stava in quell’attimo in cui cresciuti non lo eravamo per niente. Come lo squillo del telefono appena mi butto sotto la doccia e non sento che lo scrosciare dell’acqua e il profumo dei saponi. Come la pioggia che mi sforma il trucco e gli occhi mi sembrano altri, anche quando sono gli stessi di sempre. Strappo fogli su cui la matita ha lasciato il calco, ne strappo uno, poi dieci, poi cento; poi riscrivo, cancello, strappo di nuovo. Una montagna di carta da riciclo, una montagna di frasi non finite. Quella volta che avevo il cuore in gola e le parole le speravo, quella volta che c’era il vento forte e tutto traballava, quella volta che stavo in piedi sotto casa e non trovavo le chiavi per aprire, quella volta che c’ero io e tu, distratto, mancavi. Il tempo disattento è prezioso quanto il caso, non attendi, non rimandi, non coincidi; sei lì, fermo, e tutto arriva da te, con percorsi vaghi e misteriosi e domande che non ti poni, ma quando piove hai in borsa l’ombrello, e quando sei di ritorno tutti i semafori sono verdi, e quando sbagli strada un’indicazione ti riporta indietro e quando qualcuno non sente è solo perchè non hai parlato.

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