Afelio (e ti lascerò vincere, perché adoro la quiete)

Ripeto quelle parole, proprio quelle, e le ripeto all’infinito così perderanno il loro senso. Le senti? Lo capisci anche tu che non sembreranno che parole. Ero ferma sotto casa, ci sono rimasta per un po’. Ho tolto i vasi che non avevano più fiori, pensavo che li avrei riempiti ancora, ma così non è stato. Li ho lasciati giorni, che sono diventati settimane, che sono diventate mesi, che ormai sono tanto tanto tempo. Una cosa in meno, mi sono detta, invece che aggiungere, io sottraggo. Mi ci vuole così poco, in fondo, a spezzare un impegno, capovolgere una promessa, inventarmi un altro esito, un nuovo corso di eventi. E’ quasi come il battesimo, io c’ero eppure non lo ricordo; e se non era per ricordare allora chissà perché c’ero. E così ho pensato che non ne voglio uno nuovo, mi va bene l’aver scordato, mi va bene che quei ricordi siano di qualcun altro, mi va bene, mi va bene così.
Se poi arriva anche il freddo, e cerco di prenderti la mano, tu non ti scostare. Lasciami spazio, lasciami fare. Non ci manca altro che il tempo ben speso, nella stanchezza che avevamo. Una casa che è tutta un atrio, da una finestra ad un’altra, da un balcone ad un altro. E c’è da sedersi, davvero, c’è spazio per riposare.
C’era quel suono, di tanto in tanto, quel tocco come di goccia che cade sull’asciutto, non so da quando ma non l’ho sentito mai  più. Chiusa la porta e atteso il giorno, ogni suono è sparito, sono rimaste solo quelle parole, proprio quelle. Che io ripeto all’infinito e ancora hanno intatto il loro significato. Comunque io le dica, comunque le si ascolti, non si possono travisare.
Sei tu dietro la mia porta? Sei tu che tossisci per le scale? Rispondimi, sei tu?
E tu mi senti? Sono io che respiro così forte, sono io che chiudo e apro le tende, mi senti? Sono io, sono qui.