Tempi imperfetti

Era prevedibile, dico, mi dico. Con tutta la fatica accumulata a rincorrere il tempo imperfetto, quello passato intendo, e si dai, anche quello che perfetto non era. Che ad un certo punto mi venissero il fiato grosso e le gambe pesanti. Più di tutto, e più di ogni, mi ha sorpreso la costanza, come gli occhi che diventano piccoli e le teste chine, sul tavolo, la sera dopo ore e ore di studio, mai provato ma è questa l’idea, insomma. Che poi ti sembra scoppi il cervello nel corso del ragionamento proprio nel momento in cui tutti aspettano la tua parola chiave e tu non sai che dire, ti sei perso, ti sei perso nel mentre.
Se il rimpianto a volte consola, una volta o più facilmente molte, è anche vero che si sradica in un istante, che quasi non te ne accorgi, uno strappo deciso e via, il trattamento è definitivo. Si riporta la terra al suo naturale, solido stato e quasi ti sembra di non aver mai vissuto meglio di così. Perché cosa è meglio chi lo decide, se non tu, meglio per il senno, per la quiete, per la prudenza e per il rimedio. Meglio per il magari, per la certezza, per il ghiacciato e per il suo doppio. Perché a farci caso, a voler poi proprio far caso, l’attenzione non basta mai, ne serve ancora e altra ancora e ancora altra, ne serve e basta. E dunque a quale tempo ti vuoi riferire se non a questo qui, che poi lo perdi, e se poi succede che lo rovini, succede anche che poi lo rimpiangi. Meglio basta che ancora, no?

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