il mio senz’altro sei tu

Ho capito l’essere in due quel giorno che mi aspettavi seduto alla nostra panchina, che ovvio non era nostra, e mi avevi preparato un panino col prosciutto, che tu proprio lo sai quanto il prosciutto cotto sia importante per me. Ci avevi messo anche l’insalata, solo quella, una foglia di morbido verde tra una fetta e l’altra. Forse quell’insalata era il tuo amore, una scelta, una responsabilità.
Ti avevo atteso poco tempo, poco nell’arco di una vita intera, e ora che il tempo si è rifatto vivo, io non ho atteso che me. Il tuo cuore è bastato per due, anche se te l’avevano operato tu hai vinto sulle sue cicatrici e io ho vinto te, perché combattere l’avevi dovuto fare da solo.
Non ho visto mai così tanta bellezza come dentro quei tuoi occhi, forse perché la capivo e non mi faceva paura, o perché se tu mi guardavi io guardavo te, c’era sempre un viceversa, come l’essere in due.
E’ impagabile quello che ho imparato, e la musica che abbiamo cantato e i chilometri che abbiamo corso, avevamo la fretta di vivere, che male c’era. Non esiste un tempo che sia stato senza di noi, neanche il presente. E per il domani, il mio senz’altro sei tu.

Melatonina (solamente adesso mi sveglio e sento, inesorabilmente passare il tempo)

Dici che questa notte hai deciso di dormir sereno
è questa la tua forza, certe cose tu le decidi
e le fai accadere.
Nel mio sonno intermittente hai un corpo che è solo respiro
con un braccio lungo il fianco
e luce catturata dagli occhi.
Che arrivi la neve e l’inverno e la vertigine
ci svegli per sempre e per sempre non ci voglia
che il mio quarzo si fermi e non ne lasci più passare
mi intralci il passato e se ne prenda un bel pezzo.
Questo è il mio riposo senza doppia mandata
di abbraccio alle siepi che filtrano il giorno pieno
Questo è il compito in lingua antica
il mio saldo e la mia specialità.

Tempi imperfetti

Era prevedibile, dico, mi dico. Con tutta la fatica accumulata a rincorrere il tempo imperfetto, quello passato intendo, e si dai, anche quello che perfetto non era. Che ad un certo punto mi venissero il fiato grosso e le gambe pesanti. Più di tutto, e più di ogni, mi ha sorpreso la costanza, come gli occhi che diventano piccoli e le teste chine, sul tavolo, la sera dopo ore e ore di studio, mai provato ma è questa l’idea, insomma. Che poi ti sembra scoppi il cervello nel corso del ragionamento proprio nel momento in cui tutti aspettano la tua parola chiave e tu non sai che dire, ti sei perso, ti sei perso nel mentre.
Se il rimpianto a volte consola, una volta o più facilmente molte, è anche vero che si sradica in un istante, che quasi non te ne accorgi, uno strappo deciso e via, il trattamento è definitivo. Si riporta la terra al suo naturale, solido stato e quasi ti sembra di non aver mai vissuto meglio di così. Perché cosa è meglio chi lo decide, se non tu, meglio per il senno, per la quiete, per la prudenza e per il rimedio. Meglio per il magari, per la certezza, per il ghiacciato e per il suo doppio. Perché a farci caso, a voler poi proprio far caso, l’attenzione non basta mai, ne serve ancora e altra ancora e ancora altra, ne serve e basta. E dunque a quale tempo ti vuoi riferire se non a questo qui, che poi lo perdi, e se poi succede che lo rovini, succede anche che poi lo rimpiangi. Meglio basta che ancora, no?

Distanze (ma poi chissà e chi lo sa magari si magari ma)

 

E’ stato così che poi ho visto l’alba
al profumo di caffè caldo e potenti ricordi
l’alba senza la notte, l’alba senza il vino
col cappello calato sugli occhi al freddo lì fuori.
Ci sono andata da sola a cercare di parlare
meno orecchi meno mani meno sogni un unico se
il mio passo al risuonare del mio passo
il mio cuore al cospetto del mio cuore.
Un germoglio cercato per tempo, rapito ai padroni
un chiodo fisso di stracci e pulizie di primavera
sapevo di averlo quel battito al polso
sapevo di fermarlo quando ne avessi avuto forza.
E’ stato così che ho incontrato l’alba
sorpresa come me ad osservarmi non cadere
l’alba senza sonno, l’alba senza un dono
un ritorno felice, voltate le spalle, per di là.

Shine on

“Ho detto che non c’è più nessun NOI, ho fatto bene?”
“Tu pensi di aver fatto bene?”
“L’ho fatto.”

Di fronte alle tue mani, che giocano con l’accendino rosso comprato alla stazione, ci scorre l’Arno proprio dopo il Ponte Vecchio, e in mezzo alla corsa delle persone in vena di mostre e musei non si vede altro che il sole; ci cuoce i pensieri nella testa ma tu non sei confuso. C’è stato un tempo di tutti i beni del mondo, un tempo della condivisione, un tempo del silenzio. E ora ci sei tu, unica fonte e destinazione, amalgama di incontri e sequenze, ferme immobili come l’afa d’estate.
Quando ti ho visto arrivare avevamo diciott’anni, scorpione e pesci, A, B, C, e D, i pantaloni pestati sotto le scarpe e un armadio di maglie a righe. Pensavo che non ti avrei capito mai e che di me avresti ricordato ben poco, invece eccoci, di fronte all’Arno, appena dopo il Ponte Vecchio, vicini alla tua casa, lontani dalla mia.
Quella sera era freddo, freddissimo, l’autunno di Torino, era quasi il tuo compleanno e non lo sapeva nessuno, poi io ho detto quella frase, e l’ho detta così lo sai?, solo per ridere, solo per rivolgerti la parola perchè eri così bellino tutto rinchiuso nel tuo giubbotto. E tu hai sorriso così sul serio, così perfettamente che io non l’ho mai capito perchè.
Quando ti ho visto arrivare abbiamo trentasei anni, scorpione e pesci, il ricordo di una serata di baci, tutte le strade in un’applicazione telefonica e la giornata tutta intera da passare . Ti ricordi così bene di me che quei ricordi te li sei portati in una borsa verde militare e ricolma, il biglietto per i Jamiroquai, il biglietto del 30 quel pomeriggio seduti a star zitti per l’imbarazzo, la foto del Leoncavallo quella notte che ci abbiamo dormito perchè avevamo perso l’ultimo treno e ancora si poteva prendere quello del mattino dopo senza pagare di nuovo, sìcchè io mi spiazzo, mi riposo e mi riavvolgo in quelle coperte sicure che sono i nostri pezzi, cerco qualcosa da dire e dico una frase, e la dico così lo sai? solo per ridere, solo perchè zitta non so stare. E perchè sorridi così bene, questa volta io lo so.

“Sarebbe un sogno incontrarci qui ogni anno a vedere dove si va”
“Non è un sogno, è un progetto”

Aver furia

Se è vero che tutto torna, dunque tutto parte
allaccia le cinture gira l’angolo scompare
bisbiglia incompreso si rende passato.
Ci vuole talento, mi ripeto
per abbagliare ogni sguardo
il diniego si acceca
e non ci si pensa più.

Oggi A. mi ha chiesto dov’ero quella sera che era uscito apposta per cercarmi. Ma io, giuro, non lo so, so solo che ero con me. Ci ho passato tanto di quel tempo che posso dirlo con certezza. E lui ha riso, prima di dirmi, che risposta del cazzo.
E ora so solo che ha riso, lui coi suoi denti bianchissimi, i bracciali al polso, quelli che non fanno rumore, mentre spegneva la sigaretta col piede e diceva maledetti fattori inquinanti. Mi ha detto avevo del riso che scadeva nella dispensa, come si fa a far scadere il riso gli ho chiesto io e lui, basta non mangiarlo. Poi ha detto quell’altra frase, quella che non ho sentito, passava il tram che ha ancora i passamano in legno, credevo che in città non ce ne fossero più. E mentre la diceva io sentivo solo il rumore del tram. Solo il rumore del tram. Forse mi stava dicendo sei bella, si si, forse stava dicendo proprio quella frase lì. Ho fatto finta di aver capito e mi è andata bene, non c’era bisogno di una risposta. Quando A. parla con me non guarda mai l’orologio, nè il cellulare, nè intorno. A. guarda me. Forse è sordo e lo fa per leggere il labiale, forse. Mi ha detto che una volta che guidavo io non abbiamo preso neanche un rosso, l’onda verde dei semafori ci ha portati dritti dritti al parcheggio sotto casa, ma io questa cosa non me la ricordo. Dice, ma sei sicura? va beh allora forse non ero in macchina con te.
E tu A. dov’eri quella sera che sei uscito apposta per trovarmi, dov’eri che non mi hai trovata?

(liberamente tratto)