Ti guardo e vedo me

“Behind her eyes there’s curtains, and they’ve been closed to hide the flames… remains.”

Ho trovato delle vecchie fotografie in cui avevi gli occhi tristi, quasi sempre. E dei capelli che non ti piacevano e che invece oggi penso ti stessero proprio bene. E che eri bella, anche se pensavi di non esserlo affatto. Ti guardo nella tua postura di spalle alzate a difenderti da tutto, eccetto che da te stessa, la tua peggior nemica. Nessuno in tutti questi anni ha pensato cose così brutte di te come quelle che hai pensato tu: nessuno mi amerà mai, nessuno mi vorrà davvero bene, non sei capace a fare niente, sei grassa, sei scema, fai schifo. Hai messo in circolo per te stessa tutto il male possibile e poi ti sei ammalata, di un male speciale che è difficile estirpare: l’invisibilità. Hai desiderato a tal punto di sparire che sei sparita davvero, nascosta così bene agli occhi di tutti che nemmeno tu sapevi davvero dov’eri e chi eri. Ma tutto ti si può dire ma non che non hai lottato, non hai mollato mai, hai resistito a tutto il dolore auto inflitto, ai battiti distanti che venivano meno, alla disperazione del non sentirsi esistere davvero, hai resistito alla tentazione della fuga. Ed oggi, aprile 2020, eccoci qui, io e te, la stessa persona, eppure due persone così differenti che sembra difficile crederlo. E’ grazie a te se ho smesso di vergognarmi per le cose brutte che ho fatto e pensato; per le bugie portate avanti per mesi, le finte bende, i denti spezzati sul marciapiede quando l’alcool era l’unica via, la voglia di morire, azzerare tutto e lasciare vuoto il tempo. E’ grazie a te se ora non ho mai paura della verità, che ferisce e ti fa versare fiotti di sangue, a differenza delle bugie che ti feriscono uguale ma non ti fanno versare sangue, perchè il sangue è cosa reale, da cui non si scappa. E’ grazie a te se ho imparato l’indulgenza e il dono prezioso, preziosissimo della sensibilità. Mi dispiace tu abbia dovuto soffrirne così tanto, è stato ingiusto ma era necessario, doveva andare così. E ti devo praticamente tutto, perchè da quando mi hai indicato la strada e io l’ho percorsa, niente è stato più uguale a prima.

Quindi oggi ti dico grazie. Per avermi seguita ad ogni passo, per avermi aiutata a conservare le cose belle di te, per non avermi permesso di rimanere sconfitta e per non avermi tirata giù senza spiegarmi come risalire.

E con la fretta di vivere che ho imparato anche da te oggi ti dico addio. Rimarrai sempre la ragazzina dagli occhi tristi che si odiava al punto di voler rinunciare a se stessa, seduta a scrivere e a rileggere e riscrivere e rileggere, coi vestiti di due taglie più grandi e i capelli rasati e le troppe sigarette e il cuore in pezzi. E’ stato quando ho imparato ad amare te, che ho imparato ad amare davvero.

Ti porto nel cuore.

Daria

 

 

Lettera ad un ragazzo del futuro

(Ciao ragazzo,
ti do il benvenuto nel mio tempo, un passato che non conosci, un passato che non è il tuo. Oggi è il 25 marzo del 2020, i ragazzi giovani come te lo chiamano venti venti, e io, la mia città, l’Italia intera siamo alla terza settimana di quarantena; come nei film catastrofici che si vedono al cinema, un virus che è stato battezzato Covid-19 sta infettando moltissime persone e molte sono morte. Ha iniziato la sua corsa in Cina e ora è qui da noi ma è arrivato poco per volta in tutto il mondo e come sempre l’uomo risulta l’essere più impotente. Un giorno forse tutto questo lo studierai e ti scrivo queste poche righe perchè tu sappia cosa si prova, cosa provo io. Se mai tutto questo dovesse capitare a te, spero ti aiuti ad essere pronto, perchè noi non lo siamo stati.)

Il tempo e lo spazio non fanno che coincidere, manca il movimento, l’incidenza del caso, esiste solo questa realtà. Tutti accomunati dallo stesso luogo, la casa, eppure tutti distanti. Ogni cosa disegna un cerchio, te ne accorgerai, e iscritto nel cerchio ci sei tu. Per la prima volta forse capirai che il centro della tua vita sei proprio tu, che nessuno può fare le cose per te, che nessuno decide o influisce davvero, solo tu. I primi giorni sarai forte e spavaldo, ti sembrerà di avere il tuo mondo sospeso sulle mani. Cercherai le persone che ami, forse anche la tua ex fidanzata che non ti ha amato abbastanza e che non ti cercherà, vedrai il passato come un tesoro inestimabile e il presente come un frutto maturo, una primizia nata all’improvviso. Ci sarà il tempo per fare qualsiasi cosa tu voglia, credimi, non ti sembrerà vero: scegliere e fare, scegliere e fare. Ti sentirai fortunato, leggero, importante. Le persone che ti vogliono bene ti chiederanno come stai, e tu starai sempre bene. I primi giorni ti lascerai andare all’ozio più sfrenato, salterai le docce, mangerai quello che ti va quando ti va e ad un certo punto involontariamente perderai di vista la cosa più importante: te stesso.

Quando questo accadrà metti in atto dei gesti salvavita, ogni giorno tirati su, lavati, metti dei vestiti puliti, fai cambiare l’aria, fai il letto, lava le stoviglie. Concentrati sull’ordine intorno a te, ti sembrerà stupido ma corrisponderà all’ordine che hai dentro. Ricomincia a far accadere le cose, non aspettarle ma trovale, stanale dal profondo della tua testa; questo tempo non ha casualità, le cose accadono solo perchè tu le agisci. Inizierai a sentir cambiare il tuo corpo, ti sentirai più stanco oppure troppo energico o inizierai ad avere sensazioni fisiche di immobilità, la schiena le braccia il cuore, tutto si modificherà. Pensa al tuo corpo che si muove e muovilo più che puoi, ti servirà. Al tuo cuore non pensarci troppo, sarà lui a badare a te, è tuo alleato. Ascolterai le sirene delle ambulanze che passeranno sotto casa o in lontananza a tutte le ore, ti commuoverai per qualcuno che sta male, per persone che perderanno i giorni dentro un ospedale, per persone che perderanno tanto. Ascolterai le notizie, avrai amore per gli esseri umani, avrai paura.

E poi un giorno tutti si sentiranno un’unica cosa e succederà anche a te, ci si ritroverà distanti a cantare dai balconi a condividere spazi che sono la normalità negata, il segno di una comunità che si unisce. Durerà poco ma ti darà speranza. Ti ritroverai presto ad organizzare mentalmente cose che mai avevi organizzato, quando fare la spesa, quando buttare la spazzatura, quando leggere, quando dormire, quando sentirti assente. Poco per volta cercherai un senso, ma il senso sei tu. Dai balconi respirerai l’aria buona della città senza macchine, l’aria che arriva dalle montagne che forse non hai mai sentito, l’aria della neve senza la neve. Ti si allargherà il respiro nelle possibilità infinite di vita sospesa, di mondi che non conosci, di riflessioni che non hai fatto, di persone che non hai mai stretto a te. Ti sarà negato qualunque contatto con gli altri e allora tu lo immaginerai, lo produrrai dentro di te come una promessa.

Poco per volta ti allontanerai dal centro, concediti la debolezza di non essere, di spegnerti per qualche tempo, di interrompere ogni aspettativa. Non lasciare che il tuo pensiero vada troppo avanti nel tempo, nessuno ti dirà quanto dura l’isolamento, nessuno lo sa. Questo è il momento in cui sentirai che le forze ti abbandonano, che l’equilibrio è un’invenzione, che la tua vita non tornerà normale più. E ti mancherà la natura, incontrare un amico per caso mentre passeggi, ascoltare il tuo gruppo preferito in mezzo a sessanta mila persone, l’odore del caffè di un’altra casa, le lenzuola della ragazza che amavi, l’abbraccio di tua mamma, persino i rimproveri. Fai in modo di non mancarti tu. Raggiungiti, ritrovati, non hai altro scopo.

E poi un giorno realizzerai che siamo tutti esseri umani soli, che questo è solo il prototipo di una vita, un modellino in scala, un puzzle dalla cui scatola sono caduti dei pezzi. Ascoltami bene, questo è il momento cruciale. Ti spaventerai e crederai che nella solitudine il mondo che era nelle tue mani sia finito a terra, messo da parte, dimenticato. Eppure in questa sensazione di solitudine profonda sentirai che tu sei tutti e tutti sono te, e che la tua storia non è solo tua.

Quindi alzati, non fuggire, guarda fuori, cresci, condividi la tua strada. Troverai un compagno di viaggio, e poi un altro e poi tanti. Sentirai il cambiamento, la potenza dell’essere vivo, la stampella che ti ha aiutato a camminare. E quando sarai davvero pronto accetterai che il cambiamento, la potenza, la vita, la stampella e il cammino non sei che tu.

Godi della presenza del tuo tempo, ti prometto che non lo dimenticherai.

Ciao ragazzo.

 

 

 

Sinonimi e contrari

Mi troverete a ripetere che sono matta; per il mio sentire infinito, per ciò che ho preferito smettere di desiderare, invece di accettare di averlo perso; per la mia doppia testa che come il mondo alterna la luce al buio e per la mia coppia di cuori, uniti dall’incapacità di odiare.

Mi incrocerete mentre incollo i pezzi di qualcosa che si è rotto, e non lo vedrete facilmente perchè lo custodisco da sempre tra la pelle e il sangue, o mentre perdo la testa per ciò che vi sembra un nonnulla, e forse ci rido su, perchè si ride davvero solo delle cose serie.

Mi osserverete mentre annullo tutte le distanze, o scelgo di non mentire come solo i più abili bugiardi sono in grado di fare, o mentre impasto il dolore muovendo ogni costola, e lo trasformo in vista e udito e olfatto, perchè anche l’acqua calda toglie la sete.

Mi farete passare mentre attraverso la strada in obliquo e se non avrete fretta di ingranare la marcia per andare, sul ciglio della strada vi indicherò dove si parcheggia, perchè più importante della sosta esiste solo la fermata.

E allora sinceri mi direte mi ricordo di te, so bene chi sei. E io vi dirò grazie, finalmente lo so anch’io.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rincasare

Come imbandire una tavola di specchi, senza poter annoverare i gesti che nel compierli si sommano si moltiplicano e tu sei sempre una.

Come finalmente diventare me, staccandomi dal dove e dai quando e ancor più dai se.

Lentamente rinasco.

Come pensare di avere un polso soltanto, il battito lì nasce e muore, ma io di polsi ne ho due.

Come incappare in un nodo e studiarlo e rompersi le mani e sudare e sanguinare e con precisione scioglierlo.

Per il mio tempo spezzato dal mio troppo dolore, per il mio senno che infine mi ha guarita, per questo inverno durato mille estati.

E per me, per il mio pezzo di storia in fiamme che ho lasciato bruciare, per l’invenzione del vivere che tanto mi si addice.

E per domani, che mai più vorrò confondere con oggi senza aver visto l’oggi finire con gloria.

Sui miei piedi tutta intera, torno a casa.

Amo ergo Sum

“No one said that that time would come
To finish what’s begun” (Calexico, Low expectations)

Perifrasi che vanno avanti per giorni e non solo, distanze che si allungano e poi si accorciano per poi allungarsi ancora e così all’infinito. Tende che si muovono con l’aria della sera, prendono a schiaffi tutti, le zanzare la nostra giornata, prendono a schiaffi anche noi. Le porte che si chiudono dietro i nostri passi, a volte lo so, che rimango fuori. A pensare a quelle volte in cui ero dentro con te a vivere un amore in cui d’amore non s’è parlato mai. La forza è stata rimanere, esserci, proteggerci l’un l’altro per non farci male senza tagliarci con quelle lame tremende che sono le parole; dette e ancor peggio quelle non dette.
C’è stato un tempo che è stato solo nostro, l’abbiamo reso creta.
E un tempo che è corso via mentre lo guardavamo da lontano come si fa coi bambini che esplorano il mondo.
Questo è il tempo sospeso, in cui si fatica a ricordare che si cammina anche da soli. E’ il tempo che precede gli addii o i ritorni ad un amore più reale. Se solo lo sapessimo, non lo vivremmo mai.
Ma questo è il bello, che come ogni autentica bellezza sa essere crudele.

 

(non si ride mai,oh)

il mio senz’altro sei tu

Ho capito l’essere in due quel giorno che mi aspettavi seduto alla nostra panchina, che ovvio non era nostra, e mi avevi preparato un panino col prosciutto, che tu proprio lo sai quanto il prosciutto cotto sia importante per me. Ci avevi messo anche l’insalata, solo quella, una foglia di morbido verde tra una fetta e l’altra. Forse quell’insalata era il tuo amore, una scelta, una responsabilità.
Ti avevo atteso poco tempo, poco nell’arco di una vita intera, e ora che il tempo si è rifatto vivo, io non ho atteso che me. Il tuo cuore è bastato per due, anche se te l’avevano operato tu hai vinto sulle sue cicatrici e io ho vinto te, perché combattere l’avevi dovuto fare da solo.
Non ho visto mai così tanta bellezza come dentro quei tuoi occhi, forse perché la capivo e non mi faceva paura, o perché se tu mi guardavi io guardavo te, c’era sempre un viceversa, come l’essere in due.
E’ impagabile quello che ho imparato, e la musica che abbiamo cantato e i chilometri che abbiamo corso, avevamo la fretta di vivere, che male c’era. Non esiste un tempo che sia stato senza di noi, neanche il presente. E per il domani, il mio senz’altro sei tu.

Ri-Epilogo

Ci siete?
Se ci siete tutti io vado col racconto.
Dunque. Usciamo insieme per un anno. E Fin qui tutto bene. Cioè oddio, tutto bene un cazzo, è di quelle storie che ti fai andare bene perché hai così tanta voglia di una storia che alla fine si, ti va bene anche quella.
Comunque usciamo insieme per un anno. E ogni giorno ci rivediamo a lavoro, seduti nella stessa stanza, inciampiamo l’uno nell’altra. E ci vogliamo bene, giuro che ce ne vogliamo tanto. Solo che lui si sa, non mi ama e chissà, forse nemmeno io amerei lui, se non fosse che ho deciso che lo amo e che ci sto male, si devo starci male per forza.
Quindi come sempre, parto con la mia preferita delle parti, il gioco del Crollatutto.
Inizio a fare domande, così, senza un filo logico o uno spunto qualunque, le butto lì a caso, come fossero frutto di un pensiero momentaneo, e invece ci penso da giorni, mi ci arrovello da settimane. E’ il bello come sempre non sono le domande ma il fatto che le risposte non sono mai quelle che vorrei, perchè è logico, non possono essere quelle giuste, è il gioco del Crollatutto. Il gioco in cui quello che vince è in realtà quello che perde. Solo io potevo metterlo in piedi, cazzo, a suo modo è un marchingegno geniale.
Poi un giorno, non so come, mi guadagno il suo rispetto, forse perchè solo per un attimo ho dimenticato che non devo essere me stessa e sono venuta fuori per quello che sono, errore gravissimo se quello che vuoi è vincere al Crollatutto, l’errore peggiore che si possa fare.
Così ve la faccio breve, nella scioltezza di quasi dodici mesi dodici, filati più o meno lisci tra una nevicata e qualche serata cucinata da lui e qualche serata rovinata da me, arriva l’estate e l’estate si sa, va passata con gli amici.
E poi al ritorno, eccola, una nuova ragazza, un altro nome, una nuova sveglia che non sono io.
E ieri viene fuori che lei ha problemi di salute, che qualche anno fa ha subito un trapianto e ora ogni tanto deve fare delle terapie. Io lui lo vedo, ci parlo, mi racconta. Mi scoppia il cuore dal bene che gli voglio e da quanto tutto questo sia profondamente ingiusto e irregolare e fuori luogo e sti cazzi.
E con il mio cuore colmo di bene e tutta una serie ingombrante di ricordi freschi come le uova sotto i piedi, e le lacrime agli occhi che fingo di collirio, mi viene solo da pensare: non c’è gara con un trapianto, porca puttana, vince lei.
Ed è così che si vince il Crollatutto, quando ti rendi conto che sei crollato anche tu e che quello che sei o sembri, non è nemmeno l’ombra di quello che meriti di essere e quella figa che eri chissà dov’è.

Ebbene si, ho vinto anche questa volta.

Capire i Verdena (Alt. lyrics)

(No one can live in sorrow, Ask all your friends)

Se dovete andare ad un concerto dei Verdena, se lo avete in progetto, se volete farlo prima o poi, voi andateci con il cuore spezzato. Potete avere una speranza di apparizione o epifania o catarsi, è un buon modo, vi assicuro.
Per supportare il buon Plinio vi dirò subito che io i Verdena ovviamente non li capisco, e fanno tutta una serie di cose che solitamente non mi piacciono; troppe distorsioni vocali, nessun tipo di comunicazione e/o interazione, brutti testi, per non esagerare e dire orrendi, perchè dai su, alla fine non è bello scriver male dei Verdena. Ma io questa volta sul prato di Spazio 211 ci ho lasciato un pezzo di magone, attraversato con una lancia trafitto sconnesso sbattezzato. Che certe cose sono molto più forti e ti impressionano maggiormente, quando ti ci avvicini con incoscienza e un briciolo di inconsapevolezza. Ecco tutto. Per il resto bisogna solo ascoltare, stare in piedi farsi venire il mal di schiena, e sentire, per dire una grande banalità che però funziona sempre, essere disposti a sentire.
Poi sinceramente non importa, per questa volta non importa se il giorno dopo non andrete a rispolverarvi tutti gli album dei Verdena nei secoli dei secoli, o se non ricorderete nemmeno una delle canzoni che avete sentito, o se l’unica che sapevate, è proprio quella che non hanno fatto. Cazzo, non importa.
Ti rimane in testa quel gesto isterico di girarti e rigirarti su te stesso senza trovare vie d’uscita, il moto ondoso dell’assenza di cibo e degli attacchi di fame e di altra assenza di cibo e di altri attacchi di fame; il prezzo, sempre alto, di aver vissuto qualcosa di non condiviso, sciupato dalle continue assenze, ridotto a tre parole tre, sboccato e tenace come un’ingiuria.
Andateci con il cuore spezzato, e poi mi dite.