Sinonimi e contrari

Mi troverete a ripetere che sono matta; per il mio sentire infinito, per ciò che ho preferito smettere di desiderare, invece di accettare di averlo perso; per la mia doppia testa che come il mondo alterna la luce al buio e per la mia coppia di cuori, uniti dall’incapacità di odiare.

Mi incrocerete mentre incollo i pezzi di qualcosa che si è rotto, e non lo vedrete facilmente perchè lo custodisco da sempre tra la pelle e il sangue, o mentre perdo la testa per ciò che vi sembra un nonnulla, e forse ci rido su, perchè si ride davvero solo delle cose serie.

Mi osserverete mentre annullo tutte le distanze, o scelgo di non mentire come solo i più abili bugiardi sono in grado di fare, o mentre impasto il dolore muovendo ogni costola, e lo trasformo in vista e udito e olfatto, perchè anche l’acqua calda toglie la sete.

Mi farete passare mentre attraverso la strada in obliquo e se non avrete fretta di ingranare la marcia per andare, sul ciglio della strada vi indicherò dove si parcheggia, perchè più importante della sosta esiste solo la fermata.

E allora sinceri mi direte mi ricordo di te, so bene chi sei. E io vi dirò grazie, finalmente lo so anch’io.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rincasare

Come imbandire una tavola di specchi, senza poter annoverare i gesti che nel compierli si sommano si moltiplicano e tu sei sempre una.

Come finalmente diventare me, staccandomi dal dove e dai quando e ancor più dai se.

Lentamente rinasco.

Come pensare di avere un polso soltanto, il battito lì nasce e muore, ma io di polsi ne ho due.

Come incappare in un nodo e studiarlo e rompersi le mani e sudare e sanguinare e con precisione scioglierlo.

Per il mio tempo spezzato dal mio troppo dolore, per il mio senno che infine mi ha guarita, per questo inverno durato mille estati.

E per me, per il mio pezzo di storia in fiamme che ho lasciato bruciare, per l’invenzione del vivere che tanto mi si addice.

E per domani, che mai più vorrò confondere con oggi senza aver visto l’oggi finire con gloria.

Sui miei piedi tutta intera, torno a casa.

Amo ergo Sum

“No one said that that time would come
To finish what’s begun” (Calexico, Low expectations)

Perifrasi che vanno avanti per giorni e non solo, distanze che si allungano e poi si accorciano per poi allungarsi ancora e così all’infinito. Tende che si muovono con l’aria della sera, prendono a schiaffi tutti, le zanzare la nostra giornata, prendono a schiaffi anche noi. Le porte che si chiudono dietro i nostri passi, a volte lo so, che rimango fuori. A pensare a quelle volte in cui ero dentro con te a vivere un amore in cui d’amore non s’è parlato mai. La forza è stata rimanere, esserci, proteggerci l’un l’altro per non farci male senza tagliarci con quelle lame tremende che sono le parole; dette e ancor peggio quelle non dette.
C’è stato un tempo che è stato solo nostro, l’abbiamo reso creta.
E un tempo che è corso via mentre lo guardavamo da lontano come si fa coi bambini che esplorano il mondo.
Questo è il tempo sospeso, in cui si fatica a ricordare che si cammina anche da soli. E’ il tempo che precede gli addii o i ritorni ad un amore più reale. Se solo lo sapessimo, non lo vivremmo mai.
Ma questo è il bello, che come ogni autentica bellezza sa essere crudele.

 

(non si ride mai,oh)

il mio senz’altro sei tu

Ho capito l’essere in due quel giorno che mi aspettavi seduto alla nostra panchina, che ovvio non era nostra, e mi avevi preparato un panino col prosciutto, che tu proprio lo sai quanto il prosciutto cotto sia importante per me. Ci avevi messo anche l’insalata, solo quella, una foglia di morbido verde tra una fetta e l’altra. Forse quell’insalata era il tuo amore, una scelta, una responsabilità.
Ti avevo atteso poco tempo, poco nell’arco di una vita intera, e ora che il tempo si è rifatto vivo, io non ho atteso che me. Il tuo cuore è bastato per due, anche se te l’avevano operato tu hai vinto sulle sue cicatrici e io ho vinto te, perché combattere l’avevi dovuto fare da solo.
Non ho visto mai così tanta bellezza come dentro quei tuoi occhi, forse perché la capivo e non mi faceva paura, o perché se tu mi guardavi io guardavo te, c’era sempre un viceversa, come l’essere in due.
E’ impagabile quello che ho imparato, e la musica che abbiamo cantato e i chilometri che abbiamo corso, avevamo la fretta di vivere, che male c’era. Non esiste un tempo che sia stato senza di noi, neanche il presente. E per il domani, il mio senz’altro sei tu.

Ri-Epilogo

Ci siete?
Se ci siete tutti io vado col racconto.
Dunque. Usciamo insieme per un anno. E Fin qui tutto bene. Cioè oddio, tutto bene un cazzo, è di quelle storie che ti fai andare bene perché hai così tanta voglia di una storia che alla fine si, ti va bene anche quella.
Comunque usciamo insieme per un anno. E ogni giorno ci rivediamo a lavoro, seduti nella stessa stanza, inciampiamo l’uno nell’altra. E ci vogliamo bene, giuro che ce ne vogliamo tanto. Solo che lui si sa, non mi ama e chissà, forse nemmeno io amerei lui, se non fosse che ho deciso che lo amo e che ci sto male, si devo starci male per forza.
Quindi come sempre, parto con la mia preferita delle parti, il gioco del Crollatutto.
Inizio a fare domande, così, senza un filo logico o uno spunto qualunque, le butto lì a caso, come fossero frutto di un pensiero momentaneo, e invece ci penso da giorni, mi ci arrovello da settimane. E’ il bello come sempre non sono le domande ma il fatto che le risposte non sono mai quelle che vorrei, perchè è logico, non possono essere quelle giuste, è il gioco del Crollatutto. Il gioco in cui quello che vince è in realtà quello che perde. Solo io potevo metterlo in piedi, cazzo, a suo modo è un marchingegno geniale.
Poi un giorno, non so come, mi guadagno il suo rispetto, forse perchè solo per un attimo ho dimenticato che non devo essere me stessa e sono venuta fuori per quello che sono, errore gravissimo se quello che vuoi è vincere al Crollatutto, l’errore peggiore che si possa fare.
Così ve la faccio breve, nella scioltezza di quasi dodici mesi dodici, filati più o meno lisci tra una nevicata e qualche serata cucinata da lui e qualche serata rovinata da me, arriva l’estate e l’estate si sa, va passata con gli amici.
E poi al ritorno, eccola, una nuova ragazza, un altro nome, una nuova sveglia che non sono io.
E ieri viene fuori che lei ha problemi di salute, che qualche anno fa ha subito un trapianto e ora ogni tanto deve fare delle terapie. Io lui lo vedo, ci parlo, mi racconta. Mi scoppia il cuore dal bene che gli voglio e da quanto tutto questo sia profondamente ingiusto e irregolare e fuori luogo e sti cazzi.
E con il mio cuore colmo di bene e tutta una serie ingombrante di ricordi freschi come le uova sotto i piedi, e le lacrime agli occhi che fingo di collirio, mi viene solo da pensare: non c’è gara con un trapianto, porca puttana, vince lei.
Ed è così che si vince il Crollatutto, quando ti rendi conto che sei crollato anche tu e che quello che sei o sembri, non è nemmeno l’ombra di quello che meriti di essere e quella figa che eri chissà dov’è.

Ebbene si, ho vinto anche questa volta.