Andata e ritorno

 

Eppure cade
la pioggia senza tuoni
copre le risate delle feste
rinumera pagine ormai scritte
disinnamora.

 

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I’ve seen love, and I followed the speeding of starlight

Le onde si infrangono anche qui
in città distanti dai mari
in stanze intrappolate tra porte chiuse.
Messaggi di iodio che increspa i pensieri
passanti confusi dal sole d’autunno
tempie fredde cuori in attesa.
Da quel giorno in cui era tempo di andare
e io sono rimasta
il vento mi costringe a riva
a riempirmi di sabbia le mani
e costruire castelli o finzioni.
Così ho camminato
verso la neve
verso me
indossato sciarpe di lana grezza
e lasciato sciolte le spalle.
Ancora lo vedo, il mare
di rosse bandiere e corto il fiato
che se mai ci volessi tornare
non basterebbe uno slancio
per rotolarci dentro e lasciarmi cadere.

Ri-Epilogo

Ci siete?
Se ci siete tutti io vado col racconto.
Dunque. Usciamo insieme per un anno. E Fin qui tutto bene. Cioè oddio, tutto bene un cazzo, è di quelle storie che ti fai andare bene perché hai così tanta voglia di una storia che alla fine si, ti va bene anche quella.
Comunque usciamo insieme per un anno. E ogni giorno ci rivediamo a lavoro, seduti nella stessa stanza, inciampiamo l’uno nell’altra. E ci vogliamo bene, giuro che ce ne vogliamo tanto. Solo che lui si sa, non mi ama e chissà, forse nemmeno io amerei lui, se non fosse che ho deciso che lo amo e che ci sto male, si devo starci male per forza.
Quindi come sempre, parto con la mia preferita delle parti, il gioco del Crollatutto.
Inizio a fare domande, così, senza un filo logico o uno spunto qualunque, le butto lì a caso, come fossero frutto di un pensiero momentaneo, e invece ci penso da giorni, mi ci arrovello da settimane. E’ il bello come sempre non sono le domande ma il fatto che le risposte non sono mai quelle che vorrei, perchè è logico, non possono essere quelle giuste, è il gioco del Crollatutto. Il gioco in cui quello che vince è in realtà quello che perde. Solo io potevo metterlo in piedi, cazzo, a suo modo è un marchingegno geniale.
Poi un giorno, non so come, mi guadagno il suo rispetto, forse perchè solo per un attimo ho dimenticato che non devo essere me stessa e sono venuta fuori per quello che sono, errore gravissimo se quello che vuoi è vincere al Crollatutto, l’errore peggiore che si possa fare.
Così ve la faccio breve, nella scioltezza di quasi dodici mesi dodici, filati più o meno lisci tra una nevicata e qualche serata cucinata da lui e qualche serata rovinata da me, arriva l’estate e l’estate si sa, va passata con gli amici.
E poi al ritorno, eccola, una nuova ragazza, un altro nome, una nuova sveglia che non sono io.
E ieri viene fuori che lei ha problemi di salute, che qualche anno fa ha subito un trapianto e ora ogni tanto deve fare delle terapie. Io lui lo vedo, ci parlo, mi racconta. Mi scoppia il cuore dal bene che gli voglio e da quanto tutto questo sia profondamente ingiusto e irregolare e fuori luogo e sti cazzi.
E con il mio cuore colmo di bene e tutta una serie ingombrante di ricordi freschi come le uova sotto i piedi, e le lacrime agli occhi che fingo di collirio, mi viene solo da pensare: non c’è gara con un trapianto, porca puttana, vince lei.
Ed è così che si vince il Crollatutto, quando ti rendi conto che sei crollato anche tu e che quello che sei o sembri, non è nemmeno l’ombra di quello che meriti di essere e quella figa che eri chissà dov’è.

Ebbene si, ho vinto anche questa volta.

Things we lost in the fire

Prima del tonfo, prima di me, prima del giorno;

un incedere spartano, veicoli di motore e neve, verdi bottiglie vuote.

un estratto eterno della vita mia più vera e di quello che volevo restasse, anche solo a dirsi

primavere una e poi l’altra, i mari ghiacciati dal fiato, il sale in tasca a ricordarmi chi sei

incroci di nastri e fiocchi e non solo, una partita a scacchi iniziata anni fa,

mai vinta mai persa mai imparato a giocarci

sai quando hai quella sensazione, che non sia una buona idea, che non lo sia in alcun modo

tu non l’ascoltare

potresti sbagliarti

o perderti il piacere del lamento.

quel tonfo tu lo sai era il mio cuore

incollato e coglione

senza fuga.

Prima del giorno, in alba di gialli e di viola,

il fiato risanato dallo iodio,

il sesto senso in riarmo

ce ne vuole di spago, ce ne vuole matasse e matasse

ma forse più che ricucire

mi faccio un vestito nuovo.

Toh.

Rispostando

E io leggo, rileggo; proprio ora che è il tempo di riscrivere. Svernare, levare le orecchie alle pagine dei libri, cancellare i segni di matita.
Come quella classifica delle 5 canzoni super che avevo fatto per il mio amico Plinio che rilette oggi mi hanno dato un senso di vecchio e di smarrimento, come qualcosa di perso, qualcosa di trapassato, qualcosa che non è più mio. Così io l’ho rifatta, era l’unica rimedio, non si può stare lì a guardare inerti una cosa che ci appartiene mentre invecchia, bisogna dargli aiuto, bisogna svecchiarla.
L’avevo detto io, una volta, che le cose non durano, e lo so, lo so che è un concetto depresso, ma è così, è tutto vero. Il cibo nel piatto, il semaforo rosso, il bucato steso, il tumulto, l’avversione, la verità. Ci si deve sempre riaggiornare in fin dei conti, ridirsi le cose, ripromettere.
Ed è qui che sono io, nell’istante in cui ti ho detto che mi troverai e che ti basterà cercare senza fatica, ferma su un piede a decidere il passo, ristretta, rinnovata, in partenza.
L’avevo detto io, una volta, che qualcosa trapassa il tempo, e lo so, lo so che non è  elementare, ma è così, puoi scommetterci. Il ghiaccio, le macchie di fragola e di vino, le immagini di noi bambini, la forza, il risveglio, l’attesa.
Ci si deve accasare per bene tra le cose che resistono, ribaltare i pensieri, renderli buoni.
Ci si deve accasare sul serio, in un solido cuore e in un paio di braccia.

Dissonnie

“Ti amo”
“Come scusa? e’ andata via la voce”
“Ti amo”
“No dai, più tardi ti chiamo io”

Sono ormai le 3 del mattino, semafori che lampeggiano lungo tutta la città, quotidiani invenduti, rimasugli di sonno in fondo agli occhi. C’è un momento, ogni volta che rincaso, in cui mi domando come sbagliare strada, ritrovarmi da un’altra parte, non sapere come tornare. E mi rimane inspiegato il motivo delle distrazioni, come avvengano per caso, con quale criterio il caso le decida mentre io me ne sto lì ad aspettarle e a sperare che avvengano. Come d’improvviso ritrovarmi in quel giardino di periferia dove giocavamo a crescere, e tutto stava in quell’attimo in cui cresciuti non lo eravamo per niente. Come lo squillo del telefono appena mi butto sotto la doccia e non sento che lo scrosciare dell’acqua e il profumo dei saponi. Come la pioggia che mi sforma il trucco e gli occhi mi sembrano altri, anche quando sono gli stessi di sempre. Strappo fogli su cui la matita ha lasciato il calco, ne strappo uno, poi dieci, poi cento; poi riscrivo, cancello, strappo di nuovo. Una montagna di carta da riciclo, una montagna di frasi non finite. Quella volta che avevo il cuore in gola e le parole le speravo, quella volta che c’era il vento forte e tutto traballava, quella volta che stavo in piedi sotto casa e non trovavo le chiavi per aprire, quella volta che c’ero io e tu, distratto, mancavi. Il tempo disattento è prezioso quanto il caso, non attendi, non rimandi, non coincidi; sei lì, fermo, e tutto arriva da te, con percorsi vaghi e misteriosi e domande che non ti poni, ma quando piove hai in borsa l’ombrello, e quando sei di ritorno tutti i semafori sono verdi, e quando sbagli strada un’indicazione ti riporta indietro e quando qualcuno non sente è solo perchè non hai parlato.

Se fosse, se forse


Avevo un pensiero
che pareva un successo
schivava gli intralci
e aggiustava i motori.
Stendeva calce come smalto
prendeva forma in lucide vesti
appiattiva i crinali
e fermava le onde.
Mi svegliava nel sonno
per dirmi io, resto qui
ti ricerco e ti appartengo
anche se tu non dici si.
Avevo un pensiero
che è stato un successo
ha impedito all’incuria
di rovinare i motori.
Mi svegliavo di notte
per dirgli anch’io, resto qui
ti ritrovo e mi coltivi
perchè ti basta un semplice si.