Nulla osta


Ho scritto una storia, ha a che fare con la velocità, il fiato in corsa, una strada di semafori in verde.
E’ una storia in tre parole.
Sono
arrivata
in tempo.
Ha del miracoloso la brevità, un riassunto che in verità tutt’altro fa che riassumere; apre prospettive, fissa impressioni, vaglia ricordi.

Ho pensato ai tuoi baci per me, infiniti e rotondi
Visto un’ombra scomparire nella fermezza di vecchie fotografie
Ho stracciato appunti di lezioni mai rilette o insegnate
Costruito un luogo per me sicuro ed ora mi ritrovo lì.

Tutte quelle parole che abbiamo solo messo in attesa
E tutti quei fuochi che illuminano angoli di casa
Accanto alle tue cose ripiegate e discrete
Niente di già pronto, nessun gusto di ieri.

Raccontamela ancora quella favola di un giorno di festa
L’ho sentita mille volte e mille altre la voglio per me
Vale quanto battaglie di pirati e invasioni di barbari
E mi addormenta felice con il risveglio sotto il cuscino.

E poi basta

Mi si era spezzato il fiato a sentirti così vicino, le labbra dischiuse, il cuore che si rigenera. Avevo inventato mille storie, scritto frasi nella mia testa e su mille muri liberi di mille città mai visitate. Tutto quanto ridotto ad un pensiero, tutto quanto, tutto ciò che avevo era il pensiero di te. Volevo dirti grazie, ma sei tu che l’hai detto a me. Volevo dirti vaffanculo, ma sei tu che l’hai detto a me. Ho provato un cuore dimesso e l’ho portato a lutto e poi vestito di fiori. L’ho nascosto tra il sangue e le reni, maltrattato, sottomesso, dileguato. Mi è mancata la fame ad ogni risveglio, e poi è ritornata, animale smarrito che ritrova la strada di casa. Ho sancito il sonno quasi ogni notte, contato col cucchiaio, acqua ad un prigioniero.
il nostro amore scalzo, incauto, protetto.
il nostro amore invero, basito, riflesso.
Mi si era spezzato il fiato a rincorrerti tra le auto, mentre tu macinavi distanza e distanza ancora. Ma quando ti ho raggiunto, e ti sei lasciato calmare, ci siamo seduti e abbiamo pianto. In quella piazza tra le case, che da quel giorno è sempre piena di persone, come un ritrovo accanto al cratere di una bomba.
Siamo stati noi l’esplosione, brandelli di carne e vestiti e fogli all’aria e parole in volo, una forza distruttiva di carezze e spezie, un inverno di vie gelide e nebbia sul lungo fiume, il nostro cuore pieno e le nostre mani solo nostre, e di nessun altro. Una maglia di lana in cui entrare in due, una coperta che scalda i piedi, uno sgabello su cui sedersi ad ascoltare. E poi basta.

“E sarà come svegliarsi un mattino di marzo” 

Tempi imperfetti

Era prevedibile, dico, mi dico. Con tutta la fatica accumulata a rincorrere il tempo imperfetto, quello passato intendo, e si dai, anche quello che perfetto non era. Che ad un certo punto mi venissero il fiato grosso e le gambe pesanti. Più di tutto, e più di ogni, mi ha sorpreso la costanza, come gli occhi che diventano piccoli e le teste chine, sul tavolo, la sera dopo ore e ore di studio, mai provato ma è questa l’idea, insomma. Che poi ti sembra scoppi il cervello nel corso del ragionamento proprio nel momento in cui tutti aspettano la tua parola chiave e tu non sai che dire, ti sei perso, ti sei perso nel mentre.
Se il rimpianto a volte consola, una volta o più facilmente molte, è anche vero che si sradica in un istante, che quasi non te ne accorgi, uno strappo deciso e via, il trattamento è definitivo. Si riporta la terra al suo naturale, solido stato e quasi ti sembra di non aver mai vissuto meglio di così. Perché cosa è meglio chi lo decide, se non tu, meglio per il senno, per la quiete, per la prudenza e per il rimedio. Meglio per il magari, per la certezza, per il ghiacciato e per il suo doppio. Perché a farci caso, a voler poi proprio far caso, l’attenzione non basta mai, ne serve ancora e altra ancora e ancora altra, ne serve e basta. E dunque a quale tempo ti vuoi riferire se non a questo qui, che poi lo perdi, e se poi succede che lo rovini, succede anche che poi lo rimpiangi. Meglio basta che ancora, no?

Happy ground

Ero affaccendata in faccende, e nel frattempo pensavo a te.
Ai tuoi occhi bellissimi che conosco da quando ricordo. Come li avessi sempre avuti a fianco, quasi come fossero miei.
Ero dunque affaccendata in faccende e nel continuo pensiero di te ho montato al contrario le tende, come si fa chiederai tu? ma non in verticale, in orizzontale, con le cuciture in bella mostra e le etichette altrettanto. Così, sempre affaccendata, le ho tolte e rimesse, e sempre pensando a te, una l’ho rimessa per dritto e l’altra l’ho rimessa al rovescio.
Pensavo a quel pranzo cucinato per il mio compleanno, nemmeno il reggiano sulla pasta mi hai fatto mettere da sola, servita e riverita come direbbe qualcuno, pure senza sapere. E del pomeriggio a guardare i video su mtv e con la coda dell’occhio sbirciarsi a vicenda. Eri bello sai? Eri bello da sempre.
Ed è stato così che mentre ero affaccendata in faccende ho deciso fosse l’ora di cucinare e il mio stomaco tonante mi confortava nella teoria. Con il pensiero di te nella testa ho bruciato mezza cena e mi è toccato di buttarla almeno un pochino, per il resto l’ho mangiata, quella salvabile, ma sempre col pensiero di te.
Di quella litigata neanche tanto furiosa perchè avevo passato la nostra serata a parlare con un’altra persona, che non era una femmina, era un maschio, e mi è andata male chè sono pure tornata a casa senza di te, che ti eri arrabbiato mamma mia quanto ti eri arrabbiato.
E poi mi sono pure detta che già che ero affaccendata in faccende potevo far che mettere su il bucato, mille asciugamani da lavare che sono pure un bel peso non credi? Tanto, ho pensato, la fatica la fa tutta la lavatrice, benedetta sia l’era tecnologica, da massaia parlando. Ma stavo anche pensando a te e così non ho azionato il congegno e tutto quel cotone è rimasto lì compresso ed asciutto, che ormai è ora del sonno e la lavatrice la faccio domani, che magari non avrò il pensiero di te.
Di te che mi guardi e sorridi da una parte all’altra delle stanze, della tua voce che dice non devi temere, del tempo che è passato ed è stato tutto da conservare.
Non ne ho fatta una dritta, stasera, affaccendarmi non è stato un successo, ahimè.
Molto meglio star ferma e seduta e lasciar correre, che non si sa mai dove giunge il pensiero, magari chi lo sa, se lo guido bene, arrivo fino a te.

So close (and more) (and more)

Accade che dimentico, anche se non voglio, io dimentico.
E’ un bene per me. E’ un bene e basta.
Me ne preoccupo, a volte, perchè mi piace r i c o r d a r e
ma il ricordo è un compromesso, ed è senza badare.
Va bene così, ci rivediamo col sole
di mattina, stropicciati e coi piedi caldi
manifestando sbadigli, quando non c’è da parlare.
ti amavo e ti amo
ora ancora di più
da quando il tuo amore sgambetta
e mette i denti nel sonno.

Distanze (ma poi chissà e chi lo sa magari si magari ma)

 

E’ stato così che poi ho visto l’alba
al profumo di caffè caldo e potenti ricordi
l’alba senza la notte, l’alba senza il vino
col cappello calato sugli occhi al freddo lì fuori.
Ci sono andata da sola a cercare di parlare
meno orecchi meno mani meno sogni un unico se
il mio passo al risuonare del mio passo
il mio cuore al cospetto del mio cuore.
Un germoglio cercato per tempo, rapito ai padroni
un chiodo fisso di stracci e pulizie di primavera
sapevo di averlo quel battito al polso
sapevo di fermarlo quando ne avessi avuto forza.
E’ stato così che ho incontrato l’alba
sorpresa come me ad osservarmi non cadere
l’alba senza sonno, l’alba senza un dono
un ritorno felice, voltate le spalle, per di là.

Dicevamo?

Stavi alla porta, schiena dritta dietro lo spioncino, e un attimo dopo schiena al soffitto a ciondolare gambe; la posizione del pilastro, si chiama, una di quelle in cui la parola chiave è disimpegnare. Sedute di fronte a due fette di torta fumanti, aspettiamo, che tiepide sono più buone. Penso la stessa cosa del caffè, sai?
E poi dici, giocando coi tuoi capelli raccolti di lato, lasciati cadere senza pesare le spalle, ogni volta che sento questa canzone penso che Marianne Faithfull deve averne fumate di sigarette in tutti questi anni, ma la sua voce è quella, ci vuol poco a capirlo. E d’improvviso non si sente altro che lei.
Avevamo lo stesso vestito, dovresti ricordarlo credo, l’avevamo comprato insieme, quello viola scuro con le maniche anni 70, che mi stava lungo dietro e corto davanti e io lo mettevo con i jeans sotto, sciocca ragazzina, nemmeno un’ombra di pelle, nemmeno un’idea. E poi quelle lettere, scritte d’un fiato, lette al telefono, rilette ancora. Cosa dicevano, dunque, cosa dicevamo?
Che siamo belle perchè siamo.
Che belle è un aggettivo come un altro.
Ma siamo è una parola scelta.
Che le parole non si aspettano.
Le parole si pronunciano.
E ascoltate valgono di più
Ma anche solo dette
Certe volte acquistano valore con l’età.

Aver furia

Se è vero che tutto torna, dunque tutto parte
allaccia le cinture gira l’angolo scompare
bisbiglia incompreso si rende passato.
Ci vuole talento, mi ripeto
per abbagliare ogni sguardo
il diniego si acceca
e non ci si pensa più.

Oggi A. mi ha chiesto dov’ero quella sera che era uscito apposta per cercarmi. Ma io, giuro, non lo so, so solo che ero con me. Ci ho passato tanto di quel tempo che posso dirlo con certezza. E lui ha riso, prima di dirmi, che risposta del cazzo.
E ora so solo che ha riso, lui coi suoi denti bianchissimi, i bracciali al polso, quelli che non fanno rumore, mentre spegneva la sigaretta col piede e diceva maledetti fattori inquinanti. Mi ha detto avevo del riso che scadeva nella dispensa, come si fa a far scadere il riso gli ho chiesto io e lui, basta non mangiarlo. Poi ha detto quell’altra frase, quella che non ho sentito, passava il tram che ha ancora i passamano in legno, credevo che in città non ce ne fossero più. E mentre la diceva io sentivo solo il rumore del tram. Solo il rumore del tram. Forse mi stava dicendo sei bella, si si, forse stava dicendo proprio quella frase lì. Ho fatto finta di aver capito e mi è andata bene, non c’era bisogno di una risposta. Quando A. parla con me non guarda mai l’orologio, nè il cellulare, nè intorno. A. guarda me. Forse è sordo e lo fa per leggere il labiale, forse. Mi ha detto che una volta che guidavo io non abbiamo preso neanche un rosso, l’onda verde dei semafori ci ha portati dritti dritti al parcheggio sotto casa, ma io questa cosa non me la ricordo. Dice, ma sei sicura? va beh allora forse non ero in macchina con te.
E tu A. dov’eri quella sera che sei uscito apposta per trovarmi, dov’eri che non mi hai trovata?

(liberamente tratto)

Magari ti dico magari per fare un esempio

“Songs are like tattoos” cantava Joni Mitchell in una delle sue canzoni più conosciute

che poi non è nemmeno una delle mie preferite; che poi nemmeno Joni Mitchell è una delle mie preferite, se proprio lo devo dire. Ma è da quando l’ho riascoltata che ho in mente di fare questo: mettere dei punti fermi attraverso le canzoni che sono tatuaggi per me, poche e in bianco e nero, proprio come i miei tatuaggi veri. Quindi abbiate pazienza se ora parto nel solito viaggio dei ricordi, che sono una delle poche cose che conosco davvero bene.

Francesco De Gregori, Stella Stellina. Il mitico A. (mio papà) è da sempre un appassionato di cantautori italiani e li ascolta davvero tutti, come una mega collezione di testi che hanno qualcosa da dire. Quando ero piccolina stavo ore e ore ad osservare i vinili che conservava dietro una vetrinetta nel salotto di casa, che poi era anche la mia stanza e quei dischi erano talmente tanti che ancora oggi mi sembra di non averli mai guardati e ascoltati tutti. Uno dei suoi preferiti in assoluto era Viva l’Italia. Quando iniziavo si e no a saper leggere, non essendo lui un grande fan dei libri, si metteva con me seduto su quel grande tappeto a fiori anni 70 e mi faceva ascoltare i suoi dischi, mi dava i testi tra le mani e cantava con me. Stella stellina è un canzone dalla semplicità disarmante, che parla di viaggi e di donne di campagna, di certo non una delle sue canzoni migliori, ma io la amo profondamente. Mi trascina sempre tra le pareti di quella stanza, con i tendoni beige e i quadri dipinti da quello zio pittore che vive in Emilia, e non mi fa mai sentire sola, mi strappa un sorriso e mi fa vedere che sono grande ma che se non fossi passata di lì, oggi sicuramente non sarei quella che sono.

Pearl Jam, Garden. Quando ero al liceo, avevo un migliore amico, lo stesso che scriveva le frasi e le firmava Jim Morrison, lo stesso che si portò la cassetta di Manu Chao in giro per la Spagna. Eravamo come fratelli e non ci perdevamo mai di vista, ci incontravamo a scuola, poi tornavamo a casa insieme, dopo pranzo passavamo ore al telefono di casa evitando palesemente di fare i compiti e studiare, lui mi faceva ascoltare i Doors, io gli dicevo che il grunge era meglio e ci immaginavamo di lì a vent’anni, ognuno a modo suo, ma sempre insieme. Uno dei tanti giorni storti della nostra stramba adolescenza, facemmo una litigata colossale in seguito ad una serie di confessioni che avrebbero dovuto renderci più amici e invece ci allontanarono, perchè una cosa che non si può proprio chiedere a 14 anni è di saper reggere la verità. Gli adolescenti hanno sete di cose vere, ma le vogliono sognare e immaginare come possono e vederle lì spiattellate di fronte agli occhi, non è cosa per loro. Quel giorno sbattei forte la porta di casa sua, corsi a casa con le lacrime agli occhi e misi questa canzone 5 forse 10 forse 20 volte. La ascoltai a così alto volume e per così tanto tempo che nemmeno mi accorsi del telefono di casa che, sommerso dal disordine della mia stanza, suonava e suonava, mentre all’altro capo, ad aspettare che rispondessi, c’era lui, che tentava di fare una delle cose che nella vita ha fatto poche volte: chiedere scusa.

Calexico, All Systems Red. Non troppi anni fa, (incredibile a dirsi, penserà chi mi conosce) avevo un fidanzato meraviglioso. Lo amavo tantissimo, come si può amare qualcuno solo quando si è grandi e davvero si è coscienti di cosa si vuole e, più del resto, di cosa si vuole conservare. Noi facevamo insieme un sacco di cose, parlavamo di tutto ciò che ci passava per la testa, vivevamo i giorni agganciandoli gli uni con gli altri, ci scambiavamo film e musica, ci ascoltavamo davvero, ci sembrava di avere un futuro. In una delle tante giornate di sole vissute insieme, in un periodo strano e difficile per entrambi, andammo a passeggiare e a fumare nel nostro posto in collina che ci faceva sempre stare bene e ritrovare un po’ di serenità. Fu un pomeriggio come gli altri, in fondo, e mi sembrò di aver superato già ogni cosa, finchè, scendendo in macchina giù dalla collina torinese, tra una curva e un’altra, lui mi disse non ti amo più. E proprio mentre mi stessi giusto domandando che cazzo di scherzo bislacco potesse essere quello, lo shuffle dell’autoradio scelse questa canzone, che avevo ascoltato milioni di volte perchè io i Calexico proprio li adoro. Ma quella volta fu diverso, il suo silenzio e il mio silenzio, all systems red che inizia con la dolcezza e poi finisce col dolore, mi convinsero che no, non era uno scherzo, non lo era proprio per niente.

Califone, The Orchids. Un certo numero di anni fa, che proprio non saprei dire quanti anche se di certo non tantissimi, mi trovavo a casa di un amico con parecchie altre persone a cui ero e sono tuttora legata. Era una di quelle serate mezze invernali che nessuno ha voglia di uscire o guidare la macchina per finire nei soliti locali torinesi a bere e infastidirsi delle code ai banconi. Ce ne stavamo lì a ridacchiare e ricordare aneddoti spassosi mentre uno stereo buttava nelle casse non troppo potenti della musica varia a caso. Mi ricordo che ascoltammo sia i Beatles che gli Ace of Base, tanto per dire. Ma proprio mentre giocavamo a dadi e io stavo per vincere una delle mie solite partite, sentii questa canzone e me ne innamorai immediatamente, un colpo di fulmine che nemmeno sulla posta del cuore di Cioè. Chiesi a tutti, che canzone è? oh, raga, qualcuno sa che canzone è? Ma nessuno lo sapeva e qualcuno buttò lì dei gruppi a caso, un mio amico musicista mi convinse con un nome e un titolo, il giorno dopo facendo una ricerca scoprii che si era sbagliato e quella canzone si perse nella mia testa. Quest’anno 2012, in una delle mie giornate passate a costruire e demolire cose, ero a casa di una persona che conosco da un po’ a godermi il piumone e le risate dei primi giorni, ascoltavamo canzoni una dietro l’altra e, proprio mentre mi perdevo nella bellezza dello star bene, di nuovo questa canzone, la riconobbi subito e me ne innamorai un’altra volta. Gli chiesi che canzone è? e lui me lo disse. Penso che a volte incontrando persone, incontriamo anche risposte. Che importa se prima passiamo attraverso domande sbagliate, che importa. Alla fine una risposta arriva, ed è quasi sempre quella che attendevi da più tempo.

Magnolia Electric Co, Almost Was Good Enough. Su questa canzone c’è poco da raccontare. Ci innamorammo e tutto fu più semplice.