E poi basta

Mi si era spezzato il fiato a sentirti così vicino, le labbra dischiuse, il cuore che si rigenera. Avevo inventato mille storie, scritto frasi nella mia testa e su mille muri liberi di mille città mai visitate. Tutto quanto ridotto ad un pensiero, tutto quanto, tutto ciò che avevo era il pensiero di te. Volevo dirti grazie, ma sei tu che l’hai detto a me. Volevo dirti vaffanculo, ma sei tu che l’hai detto a me. Ho provato un cuore dimesso e l’ho portato a lutto e poi vestito di fiori. L’ho nascosto tra il sangue e le reni, maltrattato, sottomesso, dileguato. Mi è mancata la fame ad ogni risveglio, e poi è ritornata, animale smarrito che ritrova la strada di casa. Ho sancito il sonno quasi ogni notte, contato col cucchiaio, acqua ad un prigioniero.
il nostro amore scalzo, incauto, protetto.
il nostro amore invero, basito, riflesso.
Mi si era spezzato il fiato a rincorrerti tra le auto, mentre tu macinavi distanza e distanza ancora. Ma quando ti ho raggiunto, e ti sei lasciato calmare, ci siamo seduti e abbiamo pianto. In quella piazza tra le case, che da quel giorno è sempre piena di persone, come un ritrovo accanto al cratere di una bomba.
Siamo stati noi l’esplosione, brandelli di carne e vestiti e fogli all’aria e parole in volo, una forza distruttiva di carezze e spezie, un inverno di vie gelide e nebbia sul lungo fiume, il nostro cuore pieno e le nostre mani solo nostre, e di nessun altro. Una maglia di lana in cui entrare in due, una coperta che scalda i piedi, uno sgabello su cui sedersi ad ascoltare. E poi basta.

“E sarà come svegliarsi un mattino di marzo” 

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Dissonnie

“Ti amo”
“Come scusa? e’ andata via la voce”
“Ti amo”
“No dai, più tardi ti chiamo io”

Sono ormai le 3 del mattino, semafori che lampeggiano lungo tutta la città, quotidiani invenduti, rimasugli di sonno in fondo agli occhi. C’è un momento, ogni volta che rincaso, in cui mi domando come sbagliare strada, ritrovarmi da un’altra parte, non sapere come tornare. E mi rimane inspiegato il motivo delle distrazioni, come avvengano per caso, con quale criterio il caso le decida mentre io me ne sto lì ad aspettarle e a sperare che avvengano. Come d’improvviso ritrovarmi in quel giardino di periferia dove giocavamo a crescere, e tutto stava in quell’attimo in cui cresciuti non lo eravamo per niente. Come lo squillo del telefono appena mi butto sotto la doccia e non sento che lo scrosciare dell’acqua e il profumo dei saponi. Come la pioggia che mi sforma il trucco e gli occhi mi sembrano altri, anche quando sono gli stessi di sempre. Strappo fogli su cui la matita ha lasciato il calco, ne strappo uno, poi dieci, poi cento; poi riscrivo, cancello, strappo di nuovo. Una montagna di carta da riciclo, una montagna di frasi non finite. Quella volta che avevo il cuore in gola e le parole le speravo, quella volta che c’era il vento forte e tutto traballava, quella volta che stavo in piedi sotto casa e non trovavo le chiavi per aprire, quella volta che c’ero io e tu, distratto, mancavi. Il tempo disattento è prezioso quanto il caso, non attendi, non rimandi, non coincidi; sei lì, fermo, e tutto arriva da te, con percorsi vaghi e misteriosi e domande che non ti poni, ma quando piove hai in borsa l’ombrello, e quando sei di ritorno tutti i semafori sono verdi, e quando sbagli strada un’indicazione ti riporta indietro e quando qualcuno non sente è solo perchè non hai parlato.

Pietra Miliare


“Lo vede quel solco una spanna sotto il suo ombelico?” mi chiede il Dottore, e proprio mentre sto coricata lì, tiro su la testa mi guardo e per la prima volta lo noto. “Quando l’hanno operata le hanno separato due lembi di un muscolo, che poi è rimasto lì, così, separato e ora ecco spiegato quel solco.”
Dottore ma che cazzo dici, volevo esordire. Dottore, forse ieri sera stavi ai Muri e fai finta di no, Dottore. Non ci posso credere che quelli mi hanno separato due muscoli che prima se ne stavano attaccati belli sereni e distesi e poi tra tutto quel sangue e quell’anestesia, me li hanno lasciati lì così, divisi per sempre. E che non me ne sarei mai accorta se non perchè questa volta sapevo dove guardare, cosa dovevo vedere.
Allora guardo il Dottore, che da giorni e giorni tenta di mettere a posto la mia schiena dolorante e il mio somatizzare tutto, ogni cosa mi passi per la testa e sotto il naso, lo guardo e gli chiedo “non torneranno più come prima, vero?” e lui, laureato-camicebianco-compostezza risponde: “Assolutamente no, ma ci farà l’abitudine.”

Ognuno ha la metafora che si merita, Signori.

Se fosse, se forse


Avevo un pensiero
che pareva un successo
schivava gli intralci
e aggiustava i motori.
Stendeva calce come smalto
prendeva forma in lucide vesti
appiattiva i crinali
e fermava le onde.
Mi svegliava nel sonno
per dirmi io, resto qui
ti ricerco e ti appartengo
anche se tu non dici si.
Avevo un pensiero
che è stato un successo
ha impedito all’incuria
di rovinare i motori.
Mi svegliavo di notte
per dirgli anch’io, resto qui
ti ritrovo e mi coltivi
perchè ti basta un semplice si.

Always the same way


Io e il mio amico F. ci conoscemmo una mattina di esagerazioni di un weekend giovanile ai Murazzi e mi detestò appena misi piede in macchina, il suo migliore amico e quasi fratello M. mi invitò a fare colazione con loro e io approfittai del passaggio e dell’invito perchè M. era un ragazzo bellissimo e brillante e continuavo ad incontrarlo in posti familiari da quasi un mese, insomma qualcuno lo chiama destino. Quando pochi giorni dopo M. divenne il mio ragazzo a F. proprio non andò giù e si limitò a qualche vuota parola di circostanza ed educazione, a sparire sapientemente ogni qualvolta comparissi e a tendere all’indifferenza. Era il suo modo per farmi capire che con me sarebbe sempre stato sincero, perchè lui era così, non sapeva fingere ciò che non era. Salì una sera a casa di M. proprio mentre stavo cucinando e decise che a quel profumo di cena casalinga avrebbe dato una possibilità. Fu così che tra un consiglio di cucina, un bicchiere di vino rosso e uno scambio di pareri sui reciproci scooter, diventammo amici e il resto fu tutta un’unica discesa di abbracci e familiarità. F. era un cuoco fenomenale, mischiava tra loro ingredienti improbabili e ne faceva delle pietanze da perderci la testa, sporcava mille posate e altrettanti piatti, dopo che aveva cucinato l’unico modo per avere una cucina pulita sarebbe stato quello di venderla e comprarne una nuova, ma io lo adoravo e l’avrei osservato per giorni, mentre come uno scienziato pazzo gestiva fumi e odori nella sua cucina ad angolo che sembrava un laboratorio di esperimenti culinari senza precedenti. Era capace di partire come un matto col suo scooter, fare km alle 8 di una fredda sera solo per cercare un ingrediente a suo dire fondamentale, e per quanto strano sembrasse a chi non lo conosceva, era solo per amore degli altri che lo faceva, perchè le sue cene dovevano essere semplici e perfette, e non gli si dava mai torto, seduti al suo tavolo passavano tutte le malinconie e le bruttezze dei giorni vissuti, ci si guardava gli uni con gli altri senza pregiudizi e complessi, si rideva come bambini e se diventava troppo tardi e la nebbia avvolgeva le strade, lui trovava un posto e una coperta per tutti e quelle serate, così, sembravano non finire mai. Si svegliava presto, andava a lavorare e lasciava la colazione pronta sul tavolo, qualche bigliettino con le faccine disegnate per il nostro risveglio, asciugamani puliti e il cane a fare la guardia, il suo cane che lo seguiva ovunque e qualche volta ai giardinetti scappava ma poi tornava sempre da lui. Una volta, mentre ce ne stavamo seduti per terra sul balcone, con le gambe a penzoloni nel vuoto mi disse che un certo amico dei tempi d’infanzia avrebbe cenato con noi, che M. ci teneva ad invitarlo perchè era solo ma che a lui non andava granchè perchè l’aveva ferito profondamente e da quella volta gli aveva tolto il titolo di amico, e di certo non gliel’avrebbe restituito mai più. “Con gli amici non ci si può tirare indietro, perchè l’amicizia è una responsabilità” mi disse quel giorno e, sapete, io non ci avevo mai riflettuto ma è una delle poche cose che credo ancora oggi essere vere. Mi disse però che i nemici, alla stregua degli amici, vanno accolti con riverenza e affetto, altrimenti non capiranno mai davvero cosa hanno perso per la strada, a cosa hanno rinunciato. Quella sera, nella sua cucina in disordine perenne, inventò una delle sue cene migliori e, puntuale come uno svizzero, portò in tavola una specie di trionfo epocale con portate a dismisura e fiumi di buon vino e di vita immaginaria e di sazietà. Regolò il suo conto col passato, ci ospitò a dormire e il giorno dopo mi portò con sè perchè a tutti i costi voleva insegnarmi come una vera dura di città mette lo scooter sul cavalletto e si leva il casco lasciando sciolti i capelli. F. era molte cose, un amico prezioso e una casalinga perfetta, un circense delle cucine e un addestratore di cani sconclusionato, un ragazzo giovane con mille possibilità e un concentrato di vita pronta ad esplodere

L’ho salutato un giorno che avevo gli occhi lucidi e qualcuno d’importante che mi teneva stretta la mano perchè non cadessi. Non ci eravamo detti che poche parole in quella telefonata estiva, fai il bravo, fai la brava quando torno mi racconti, un appuntamento mancato che ancora scrivo sui calendari. Averne avute tante e tante ancora di cene attorno al suo tavolo, e poi a correre dietro al suo cane ai giardini sotto casa, guardare insieme qualche film e sentirgli dire sempre quella frase, oh ma non è mica tanto realistica, sta roba qui, che mi faceva imbestialire, cazzo F. è un film! e lui la diceva apposta perchè quanto lo faceva ridere che io mi arrabbiassi. E adesso gli direi hai visto come siamo grandi, ormai lo scooter neanche ce l’abbiamo più però ti passo a prendere e andiamo in quel posto che fa la panna montata e ce ne mangiamo un quintale. E ora che siamo qui, per una volta, per questa volta, sono io che proteggo te, proprio come avrei voluto fare sempre.

It’s the year to be hated (ovvero, l’invasione degli stagisti)

Da quando il terzo piano del posto in cui lavoro è stato beneauguratamente invaso dalle stagiste, nel silenzio del dopo pranzo e dell’open space senza alcuna privacy, è tutto uno sferragliare di tastiere, mail di commento sulla gonna della biondina, sul culo della brunetta e sullo spacco della monella numero 3, 4 o 5, e chi più ne ha più ne aggiunga. Nemmeno a farlo apposta l’unico stagista di genere maschile è toccato a me, e c’è da dire che non ha iniziato sotto un’ottima stella. Il suo nome ricorda un passato assai recente di cui non vado molto fiera, e la sua data di nascita, diciotto luglio 1984, crolla un sipario sarcastico su previsioni astrologiche disatrose e precetti che non si possono ignorare, data anche la mia veneranda età. Insomma, lo stagista entra nel mio ufficio all’incirca due mesi fa, è vestito benissimo, ha la faccia schietta e olivastra di chi è nato in mezzo agli agrumeti, una laurea più master vissuti tra torino e gli stati uniti e modi di dire all’antica: in pratica, ha tutta l’aria di essere un cagacazzi. Se ci mettete poi che il mio lavoro si può fare anche senza laurea e che a lui gli frega solo di attendere la prossima partenza, ogni cosa vi sembra di certo com’è. Da subito sfodera un po’ di maschilismo velato di rispetto per “le persone più grandi”, ma appena si ritrova da solo in ufficio di fronte ad un problema di gestione, mi telefona nel bel mezzo di una riunione e io lascio squillare. Quando torno è ancora tutto lì, fogli sparsi, mail ricevute, caos a non finire. E’ così che iniziamo io e lui, nessuna risposta ad una ricerca d’aiuto e cose che si accumulano mentre io faccio finta di niente. Ma lui intanto lavora, si mette un po’ a posto, diventa ogni giorno più gentile e carino, qualche volta mi compra le sigarette, impara a stare al mondo, che da noi, in quella gabbia di pazzi, non è vi assicuro una cosa scontata. Un giorno di due settimane fa lo mando al terzo piano a consegnare delle cose e dopo all’incirca 45 minuti ancora non lo si vede tornare. La mia fonte, perchè noi del personale, sappiate, abbiamo sempre una fonte, mi dice testualmente “è stato rapito”. Vado su anch’io con l’intento di fare la voce grossa ma senza esagerare, che mi ricordo certo cosa vuol dire avere 27 anni e fregarsene del dovere e del lavoro per cui si è pagati una miseria. Appena apro la porta dell’open space le mie orecchie sono invase da sgallettamenti vari e risate e suoni che sanno di idiozia. Occazzo, le stagiste. Giro l’angolo e lo vedo; schiena al muro mani in tasca, circondato da ogni lato, minigonne, trucco stile murazzi, camicine e jeans skinny, sono delle bone di buone proporzioni queste ragazze, niente da dire, ma appena mi vede mi piazza un sorriso e mi dice arrivo. Dopo tre secondi sta scendendo le scale con me. “Se fosse per me, tutte al centro per l’impiego” gli dico io, facendo la dura come mio solito che poi sono un pezzo di pane e tutti lo sanno. “Sei troppo buona – mi risponde lui – se fosse per me, Barton Street”.

Sarà che sono da 20 anni una nerd che ricorda particolari insignificanti e inutili di cose da nerd, ma ora voi ditemi, non è una meraviglia quando uno dice una cosa che nessuno può prevedere, e tu nonostante il contropiede sai con estrema precisione cosa ti vuole dire?

Ed è così che siamo diventati amici, lui mi tiene il parcheggio al mattino, io gli pago il caffè. Qualcuno dice che nelle ultime settimane mette il mio nome nella maggior parte delle frasi che pronuncia, che quando gli chiedono cose, lui risponde me l’ha detto d, è per d, guarda che d sta aspettando. Se fossimo ancora al liceo avrebbe cercato di baciarmi in qualche festa delle scuole per poi accompagnarmi alla fermata del pullman e mi avrebbe lasciato il suo numero di casa. Ma il romanticismo spicciolo non paga e io ho smesso di cacciarmi in cose che attentano alla mia lucidità. L’ammirazione basta e avanza, per me, dispenso sorrisi e spiego che è sempre meglio guardare due volte, che non si sa mai.

(plug-in del giorno dopo: stamattina mentre andiamo a prendere il solito caffè mi guarda e mi chiede: “Per chi ti sei fatta così carina, di grazia?”  oh, io l’avevo detto che ha modi di dire all’antica.)

E comunque mi sono fatta così carina solo per Springsteen, che il concerto a San Siro feat. Me & Plinio, è chiaramente l’evento della mia settimana.

On Air: Butcher Boy – React or Die

Ieri mattina, approfittando della giornata di riposo da lavoro, che ancora faccio fatica a crederci, non mi andava di ciondolare qua e là tra una stanza e l’altra (poche) della mia casa in affitto, così sfidando la temperatura anti primaverile e la prevedibile pazzia dell’aprile che finiva, sono uscita per camminare senza una precisa meta, lo scopo era non stare dietro ai miei pensieri confusi ma guardarmi fuori.

 Torino in questi giorni ha tutta l’aria di una signora perbene appena uscita dal parrucchiere, con la piega ben fatta gonfiata dall’umidità, soldi sprecati a farsi bella per nessuno che sappia apprezzare. Come quando ero bambina ho sbirciato le vetrine, osservato la gente al mercato che tentava di scegliere la verdura migliore al prezzo migliore, rimediato qualche sorriso da passanti sconosciuti e cercato di tenere alto il mento, con la mia solita postura, mani in tasca e sciarpa al collo, di chi sa il fatto suo, il fatto mio. Girato l’angolo di una delle mille viette solitarie quasi vado a sbattere contro un signore che esce da un negozio, chiedo scusa, sento no scusi lei signorina, e mi riavvio. Ma girandomi a guardare leggo: RICAMBI. Vendo e compro pezzi. Tornando verso casa non riuscivo a smettere di pensarci su. Mi girava nella testa la quantità di cose che nella mia fantasia avrei potuto vendere a quel negoziante così vecchia maniera, perchè alla fine di tutto ci sono così pochi pezzi fondamentali nelle cose, più frequentemente ogni aggeggio funziona di per sè e con un ricambio come si deve sembra essere lo stesso anche se non lo è più.  Sembra scontato pensare che ci sia un solo modo di far funzionare un meccanismo complesso, e che quel modo sia mantenerne integre le condizioni di partenza, destinarlo all’uso comune, non separarlo dai suoi pezzi originari. E invece no, staccarne una parte, sostituirla con un’altra di simili fattura e caratteristiche non ne preclude mai il funzionamento. Così accade per le cose, e per le persone, e così accade anche per me. Credo, a questo punto, di aver fatto buoni affari.

(Uno dei pezzi originari è saltato quella volta che sono stata 4 ore di una serata ad aspettare sotto un portone qualcuno che non sapeva fossi lì. Ero così giovane e faceva così freddo. Poi, quand’è sceso, mi ha stretta a sè e mi ha detto non dovresti essere qui. Vedete? I meccanismi complessi continuano a funzionare anche se ne manca una parte, che la si voglia, un giorno, sostituire o no.)

(E come dice Frassica: “Sagittario: avete stoffa da vendere. Cancro: avete stoffa da comperare.”)