I’ve seen love, and I followed the speeding of starlight

Le onde si infrangono anche qui
in città distanti dai mari
in stanze intrappolate tra porte chiuse.
Messaggi di iodio che increspa i pensieri
passanti confusi dal sole d’autunno
tempie fredde cuori in attesa.
Da quel giorno in cui era tempo di andare
e io sono rimasta
il vento mi costringe a riva
a riempirmi di sabbia le mani
e costruire castelli o finzioni.
Così ho camminato
verso la neve
verso me
indossato sciarpe di lana grezza
e lasciato sciolte le spalle.
Ancora lo vedo, il mare
di rosse bandiere e corto il fiato
che se mai ci volessi tornare
non basterebbe uno slancio
per rotolarci dentro e lasciarmi cadere.

Rispostando

E io leggo, rileggo; proprio ora che è il tempo di riscrivere. Svernare, levare le orecchie alle pagine dei libri, cancellare i segni di matita.
Come quella classifica delle 5 canzoni super che avevo fatto per il mio amico Plinio che rilette oggi mi hanno dato un senso di vecchio e di smarrimento, come qualcosa di perso, qualcosa di trapassato, qualcosa che non è più mio. Così io l’ho rifatta, era l’unica rimedio, non si può stare lì a guardare inerti una cosa che ci appartiene mentre invecchia, bisogna dargli aiuto, bisogna svecchiarla.
L’avevo detto io, una volta, che le cose non durano, e lo so, lo so che è un concetto depresso, ma è così, è tutto vero. Il cibo nel piatto, il semaforo rosso, il bucato steso, il tumulto, l’avversione, la verità. Ci si deve sempre riaggiornare in fin dei conti, ridirsi le cose, ripromettere.
Ed è qui che sono io, nell’istante in cui ti ho detto che mi troverai e che ti basterà cercare senza fatica, ferma su un piede a decidere il passo, ristretta, rinnovata, in partenza.
L’avevo detto io, una volta, che qualcosa trapassa il tempo, e lo so, lo so che non è  elementare, ma è così, puoi scommetterci. Il ghiaccio, le macchie di fragola e di vino, le immagini di noi bambini, la forza, il risveglio, l’attesa.
Ci si deve accasare per bene tra le cose che resistono, ribaltare i pensieri, renderli buoni.
Ci si deve accasare sul serio, in un solido cuore e in un paio di braccia.

Distanze (ma poi chissà e chi lo sa magari si magari ma)

 

E’ stato così che poi ho visto l’alba
al profumo di caffè caldo e potenti ricordi
l’alba senza la notte, l’alba senza il vino
col cappello calato sugli occhi al freddo lì fuori.
Ci sono andata da sola a cercare di parlare
meno orecchi meno mani meno sogni un unico se
il mio passo al risuonare del mio passo
il mio cuore al cospetto del mio cuore.
Un germoglio cercato per tempo, rapito ai padroni
un chiodo fisso di stracci e pulizie di primavera
sapevo di averlo quel battito al polso
sapevo di fermarlo quando ne avessi avuto forza.
E’ stato così che ho incontrato l’alba
sorpresa come me ad osservarmi non cadere
l’alba senza sonno, l’alba senza un dono
un ritorno felice, voltate le spalle, per di là.

Dissonnie

“Ti amo”
“Come scusa? e’ andata via la voce”
“Ti amo”
“No dai, più tardi ti chiamo io”

Sono ormai le 3 del mattino, semafori che lampeggiano lungo tutta la città, quotidiani invenduti, rimasugli di sonno in fondo agli occhi. C’è un momento, ogni volta che rincaso, in cui mi domando come sbagliare strada, ritrovarmi da un’altra parte, non sapere come tornare. E mi rimane inspiegato il motivo delle distrazioni, come avvengano per caso, con quale criterio il caso le decida mentre io me ne sto lì ad aspettarle e a sperare che avvengano. Come d’improvviso ritrovarmi in quel giardino di periferia dove giocavamo a crescere, e tutto stava in quell’attimo in cui cresciuti non lo eravamo per niente. Come lo squillo del telefono appena mi butto sotto la doccia e non sento che lo scrosciare dell’acqua e il profumo dei saponi. Come la pioggia che mi sforma il trucco e gli occhi mi sembrano altri, anche quando sono gli stessi di sempre. Strappo fogli su cui la matita ha lasciato il calco, ne strappo uno, poi dieci, poi cento; poi riscrivo, cancello, strappo di nuovo. Una montagna di carta da riciclo, una montagna di frasi non finite. Quella volta che avevo il cuore in gola e le parole le speravo, quella volta che c’era il vento forte e tutto traballava, quella volta che stavo in piedi sotto casa e non trovavo le chiavi per aprire, quella volta che c’ero io e tu, distratto, mancavi. Il tempo disattento è prezioso quanto il caso, non attendi, non rimandi, non coincidi; sei lì, fermo, e tutto arriva da te, con percorsi vaghi e misteriosi e domande che non ti poni, ma quando piove hai in borsa l’ombrello, e quando sei di ritorno tutti i semafori sono verdi, e quando sbagli strada un’indicazione ti riporta indietro e quando qualcuno non sente è solo perchè non hai parlato.

Pietra Miliare


“Lo vede quel solco una spanna sotto il suo ombelico?” mi chiede il Dottore, e proprio mentre sto coricata lì, tiro su la testa mi guardo e per la prima volta lo noto. “Quando l’hanno operata le hanno separato due lembi di un muscolo, che poi è rimasto lì, così, separato e ora ecco spiegato quel solco.”
Dottore ma che cazzo dici, volevo esordire. Dottore, forse ieri sera stavi ai Muri e fai finta di no, Dottore. Non ci posso credere che quelli mi hanno separato due muscoli che prima se ne stavano attaccati belli sereni e distesi e poi tra tutto quel sangue e quell’anestesia, me li hanno lasciati lì così, divisi per sempre. E che non me ne sarei mai accorta se non perchè questa volta sapevo dove guardare, cosa dovevo vedere.
Allora guardo il Dottore, che da giorni e giorni tenta di mettere a posto la mia schiena dolorante e il mio somatizzare tutto, ogni cosa mi passi per la testa e sotto il naso, lo guardo e gli chiedo “non torneranno più come prima, vero?” e lui, laureato-camicebianco-compostezza risponde: “Assolutamente no, ma ci farà l’abitudine.”

Ognuno ha la metafora che si merita, Signori.

Magari ti dico magari per fare un esempio

“Songs are like tattoos” cantava Joni Mitchell in una delle sue canzoni più conosciute

che poi non è nemmeno una delle mie preferite; che poi nemmeno Joni Mitchell è una delle mie preferite, se proprio lo devo dire. Ma è da quando l’ho riascoltata che ho in mente di fare questo: mettere dei punti fermi attraverso le canzoni che sono tatuaggi per me, poche e in bianco e nero, proprio come i miei tatuaggi veri. Quindi abbiate pazienza se ora parto nel solito viaggio dei ricordi, che sono una delle poche cose che conosco davvero bene.

Francesco De Gregori, Stella Stellina. Il mitico A. (mio papà) è da sempre un appassionato di cantautori italiani e li ascolta davvero tutti, come una mega collezione di testi che hanno qualcosa da dire. Quando ero piccolina stavo ore e ore ad osservare i vinili che conservava dietro una vetrinetta nel salotto di casa, che poi era anche la mia stanza e quei dischi erano talmente tanti che ancora oggi mi sembra di non averli mai guardati e ascoltati tutti. Uno dei suoi preferiti in assoluto era Viva l’Italia. Quando iniziavo si e no a saper leggere, non essendo lui un grande fan dei libri, si metteva con me seduto su quel grande tappeto a fiori anni 70 e mi faceva ascoltare i suoi dischi, mi dava i testi tra le mani e cantava con me. Stella stellina è un canzone dalla semplicità disarmante, che parla di viaggi e di donne di campagna, di certo non una delle sue canzoni migliori, ma io la amo profondamente. Mi trascina sempre tra le pareti di quella stanza, con i tendoni beige e i quadri dipinti da quello zio pittore che vive in Emilia, e non mi fa mai sentire sola, mi strappa un sorriso e mi fa vedere che sono grande ma che se non fossi passata di lì, oggi sicuramente non sarei quella che sono.

Pearl Jam, Garden. Quando ero al liceo, avevo un migliore amico, lo stesso che scriveva le frasi e le firmava Jim Morrison, lo stesso che si portò la cassetta di Manu Chao in giro per la Spagna. Eravamo come fratelli e non ci perdevamo mai di vista, ci incontravamo a scuola, poi tornavamo a casa insieme, dopo pranzo passavamo ore al telefono di casa evitando palesemente di fare i compiti e studiare, lui mi faceva ascoltare i Doors, io gli dicevo che il grunge era meglio e ci immaginavamo di lì a vent’anni, ognuno a modo suo, ma sempre insieme. Uno dei tanti giorni storti della nostra stramba adolescenza, facemmo una litigata colossale in seguito ad una serie di confessioni che avrebbero dovuto renderci più amici e invece ci allontanarono, perchè una cosa che non si può proprio chiedere a 14 anni è di saper reggere la verità. Gli adolescenti hanno sete di cose vere, ma le vogliono sognare e immaginare come possono e vederle lì spiattellate di fronte agli occhi, non è cosa per loro. Quel giorno sbattei forte la porta di casa sua, corsi a casa con le lacrime agli occhi e misi questa canzone 5 forse 10 forse 20 volte. La ascoltai a così alto volume e per così tanto tempo che nemmeno mi accorsi del telefono di casa che, sommerso dal disordine della mia stanza, suonava e suonava, mentre all’altro capo, ad aspettare che rispondessi, c’era lui, che tentava di fare una delle cose che nella vita ha fatto poche volte: chiedere scusa.

Calexico, All Systems Red. Non troppi anni fa, (incredibile a dirsi, penserà chi mi conosce) avevo un fidanzato meraviglioso. Lo amavo tantissimo, come si può amare qualcuno solo quando si è grandi e davvero si è coscienti di cosa si vuole e, più del resto, di cosa si vuole conservare. Noi facevamo insieme un sacco di cose, parlavamo di tutto ciò che ci passava per la testa, vivevamo i giorni agganciandoli gli uni con gli altri, ci scambiavamo film e musica, ci ascoltavamo davvero, ci sembrava di avere un futuro. In una delle tante giornate di sole vissute insieme, in un periodo strano e difficile per entrambi, andammo a passeggiare e a fumare nel nostro posto in collina che ci faceva sempre stare bene e ritrovare un po’ di serenità. Fu un pomeriggio come gli altri, in fondo, e mi sembrò di aver superato già ogni cosa, finchè, scendendo in macchina giù dalla collina torinese, tra una curva e un’altra, lui mi disse non ti amo più. E proprio mentre mi stessi giusto domandando che cazzo di scherzo bislacco potesse essere quello, lo shuffle dell’autoradio scelse questa canzone, che avevo ascoltato milioni di volte perchè io i Calexico proprio li adoro. Ma quella volta fu diverso, il suo silenzio e il mio silenzio, all systems red che inizia con la dolcezza e poi finisce col dolore, mi convinsero che no, non era uno scherzo, non lo era proprio per niente.

Califone, The Orchids. Un certo numero di anni fa, che proprio non saprei dire quanti anche se di certo non tantissimi, mi trovavo a casa di un amico con parecchie altre persone a cui ero e sono tuttora legata. Era una di quelle serate mezze invernali che nessuno ha voglia di uscire o guidare la macchina per finire nei soliti locali torinesi a bere e infastidirsi delle code ai banconi. Ce ne stavamo lì a ridacchiare e ricordare aneddoti spassosi mentre uno stereo buttava nelle casse non troppo potenti della musica varia a caso. Mi ricordo che ascoltammo sia i Beatles che gli Ace of Base, tanto per dire. Ma proprio mentre giocavamo a dadi e io stavo per vincere una delle mie solite partite, sentii questa canzone e me ne innamorai immediatamente, un colpo di fulmine che nemmeno sulla posta del cuore di Cioè. Chiesi a tutti, che canzone è? oh, raga, qualcuno sa che canzone è? Ma nessuno lo sapeva e qualcuno buttò lì dei gruppi a caso, un mio amico musicista mi convinse con un nome e un titolo, il giorno dopo facendo una ricerca scoprii che si era sbagliato e quella canzone si perse nella mia testa. Quest’anno 2012, in una delle mie giornate passate a costruire e demolire cose, ero a casa di una persona che conosco da un po’ a godermi il piumone e le risate dei primi giorni, ascoltavamo canzoni una dietro l’altra e, proprio mentre mi perdevo nella bellezza dello star bene, di nuovo questa canzone, la riconobbi subito e me ne innamorai un’altra volta. Gli chiesi che canzone è? e lui me lo disse. Penso che a volte incontrando persone, incontriamo anche risposte. Che importa se prima passiamo attraverso domande sbagliate, che importa. Alla fine una risposta arriva, ed è quasi sempre quella che attendevi da più tempo.

Magnolia Electric Co, Almost Was Good Enough. Su questa canzone c’è poco da raccontare. Ci innamorammo e tutto fu più semplice.