Moment to Moment

Si sfugge, ci si sfugge.
Ogni giorno sulla porta, di schiena, all’aperto, giochi di bambini sparsi su tappeti a fiori.
Io invento.
Il tuo abbraccio appanna i vetri, fa piovere su altre piogge, solca la terra, predice.
Io ricordo.
Ricordo e non rispondo, a domande e cure, per non dover essere un giorno domanda e dottore.
Io brucio.
L’ora mi svela il battito, mi apre gli occhi mi schiarisce la voce.
Fuoco.
E acqua che scorre via.

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Dissonnie

“Ti amo”
“Come scusa? e’ andata via la voce”
“Ti amo”
“No dai, più tardi ti chiamo io”

Sono ormai le 3 del mattino, semafori che lampeggiano lungo tutta la città, quotidiani invenduti, rimasugli di sonno in fondo agli occhi. C’è un momento, ogni volta che rincaso, in cui mi domando come sbagliare strada, ritrovarmi da un’altra parte, non sapere come tornare. E mi rimane inspiegato il motivo delle distrazioni, come avvengano per caso, con quale criterio il caso le decida mentre io me ne sto lì ad aspettarle e a sperare che avvengano. Come d’improvviso ritrovarmi in quel giardino di periferia dove giocavamo a crescere, e tutto stava in quell’attimo in cui cresciuti non lo eravamo per niente. Come lo squillo del telefono appena mi butto sotto la doccia e non sento che lo scrosciare dell’acqua e il profumo dei saponi. Come la pioggia che mi sforma il trucco e gli occhi mi sembrano altri, anche quando sono gli stessi di sempre. Strappo fogli su cui la matita ha lasciato il calco, ne strappo uno, poi dieci, poi cento; poi riscrivo, cancello, strappo di nuovo. Una montagna di carta da riciclo, una montagna di frasi non finite. Quella volta che avevo il cuore in gola e le parole le speravo, quella volta che c’era il vento forte e tutto traballava, quella volta che stavo in piedi sotto casa e non trovavo le chiavi per aprire, quella volta che c’ero io e tu, distratto, mancavi. Il tempo disattento è prezioso quanto il caso, non attendi, non rimandi, non coincidi; sei lì, fermo, e tutto arriva da te, con percorsi vaghi e misteriosi e domande che non ti poni, ma quando piove hai in borsa l’ombrello, e quando sei di ritorno tutti i semafori sono verdi, e quando sbagli strada un’indicazione ti riporta indietro e quando qualcuno non sente è solo perchè non hai parlato.

On Air: Verlaine – Rivoluzioni a pochissimi passi dal centro

Qualche anno fa, in un solito pomeriggio di confidenze ed esagerazioni, un mio carissimo amico mi disse: (parafrasando) sai d, quando sei nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, l’unica cosa giusta da fare è coprirsi per bene gli occhi e respirare con parsimonia. Non serve a nulla affannarsi per continuare a camminare controvento. Quando la tempesta finisce, le dune non sono più quelle che tu ricordavi, e quello è il tuo momento per  decidere la strada che farai. Ci ho pensato poco fa, mentre cercavo un consiglio saggio da dare ad una persona che ne aveva bisogno. E ci ripenso ora, conclusa la telefonata con due risate d’altri tempi e ripristinato in parte il sereno. Dato il momento e il periodo, con qualche anno in più fra le mani, vorrei seguire davvero quel parere così brillante e profondo, e già mi stavo preparando ad incurvare le spalle e a stringere gli occhi più forte che posso, badare alla lungimiranza e al buonsenso. Ma quello che avrei fatto allora, non va più bene per me, non sono più quella cosa lì, non cammino più in mezzo a dune di sabbia. E così mi sono chiesta: e se, per questa volta, per la prima volta, volessi essere io la tempesta?

On Air: Butcher Boy – React or Die

Ieri mattina, approfittando della giornata di riposo da lavoro, che ancora faccio fatica a crederci, non mi andava di ciondolare qua e là tra una stanza e l’altra (poche) della mia casa in affitto, così sfidando la temperatura anti primaverile e la prevedibile pazzia dell’aprile che finiva, sono uscita per camminare senza una precisa meta, lo scopo era non stare dietro ai miei pensieri confusi ma guardarmi fuori.

 Torino in questi giorni ha tutta l’aria di una signora perbene appena uscita dal parrucchiere, con la piega ben fatta gonfiata dall’umidità, soldi sprecati a farsi bella per nessuno che sappia apprezzare. Come quando ero bambina ho sbirciato le vetrine, osservato la gente al mercato che tentava di scegliere la verdura migliore al prezzo migliore, rimediato qualche sorriso da passanti sconosciuti e cercato di tenere alto il mento, con la mia solita postura, mani in tasca e sciarpa al collo, di chi sa il fatto suo, il fatto mio. Girato l’angolo di una delle mille viette solitarie quasi vado a sbattere contro un signore che esce da un negozio, chiedo scusa, sento no scusi lei signorina, e mi riavvio. Ma girandomi a guardare leggo: RICAMBI. Vendo e compro pezzi. Tornando verso casa non riuscivo a smettere di pensarci su. Mi girava nella testa la quantità di cose che nella mia fantasia avrei potuto vendere a quel negoziante così vecchia maniera, perchè alla fine di tutto ci sono così pochi pezzi fondamentali nelle cose, più frequentemente ogni aggeggio funziona di per sè e con un ricambio come si deve sembra essere lo stesso anche se non lo è più.  Sembra scontato pensare che ci sia un solo modo di far funzionare un meccanismo complesso, e che quel modo sia mantenerne integre le condizioni di partenza, destinarlo all’uso comune, non separarlo dai suoi pezzi originari. E invece no, staccarne una parte, sostituirla con un’altra di simili fattura e caratteristiche non ne preclude mai il funzionamento. Così accade per le cose, e per le persone, e così accade anche per me. Credo, a questo punto, di aver fatto buoni affari.

(Uno dei pezzi originari è saltato quella volta che sono stata 4 ore di una serata ad aspettare sotto un portone qualcuno che non sapeva fossi lì. Ero così giovane e faceva così freddo. Poi, quand’è sceso, mi ha stretta a sè e mi ha detto non dovresti essere qui. Vedete? I meccanismi complessi continuano a funzionare anche se ne manca una parte, che la si voglia, un giorno, sostituire o no.)

(E come dice Frassica: “Sagittario: avete stoffa da vendere. Cancro: avete stoffa da comperare.”)

On Air: Iron & Wine

Si ripercorre avanti e indietro, la strada degli sbagli. C’è un efficientissimo servizio navetta che ti porta dove vuoi, tu sali sopra con la tua borsa piena di libri e la tua musica nelle cuffie e lui ti lascia esattamente dove non dovresti essere, e ti fa scendere proprio quando inizia a piovere e tu sei lo stupido senza ombrello, o quando il sole è allo zenit mentre indossi il tuo miglior maglione. E’ difficile trovare posto a sedere, vi avverto, il percorso è tortuoso e la gente sembra non sapere esattamente quale sarà la sua fermata, cosicchè, di tanto in tanto, gruppi di autonomi si accrocchiano davanti alle porte, si guardano intorno sperando in un cenno, ma la gente che sbaglia è così impassibile, si fa solitamente i cazzi suoi. Ci sarete saliti tutti, almeno una volta, e chissà se ci siamo incontrati a qualche fermata, chissà. Io ho fatto pure un concorso per conducenti, qualche tempo fa, ma è un mondo sessista, peccato, e le donne non ce le vogliono; a lamentarsi tutto il tempo che hanno dormito male o hanno il mal di testa o, come dice Paolo Conte, devono fare la pipì. Ma è questo che vi volevo dire: ad un certo punto, dopo il parco dai grandi alberi coi fiori bianchi, la strada fa una curva a sinistra e dovunque voi siate seduti o collocati, non c’è visuale. Una volta, proprio sulla curva, c’era un fermata, che potevi anche non prenotare, perchè la navetta finiva che si fermava sempre, anche se non scendeva mai nessuno. Era il punto migliore per finire la corsa, si poteva tornare indietro a piedi senza incontrare gran traffico e ti restava ancora un bel po’ di batteria per sentire buona musica. Avevi il sole alle spalle e un caffè ristretto ad aspettarti a casa. Poi quella fermata l’hanno tolta e non c’è altro modo, bisogna fare per forza la curva, accecarsi col sole che non ti sta a guardare davvero e scendere dove scendono tutti, perchè lì finisce la linea e se vuoi devi salire su un’altra. La strada è una sola ma i mezzi sono tanti, come la metro, come la vita. Io l’ho ripercorsa avanti e indietro quella strada, ma di mezzo ne ho sempre preso uno solo e più che uno era mezzo, questo lo so. C’è sempre gente che va e torna, con un’altra faccia e un altro fiato, e non fa che girare e girare e girare. Mi sa che mi costruirò un altro castello di carte, proprio sulla strada. Sembra essere l’unico posto al mondo in cui rimangano in piedi. Io ne ho già ben più di uno e sulla cima c’è sempre l’Asso di Cuori.

Ricomincio l’Autogestione

All’incirca un paio di settimane fa, mi succedeva spesso di svegliarmi in piena notte, e la mia sveglia segnava sempre le 4:44. Inevitabile pensare ai Cavalieri dell’Apocalisse, inevitabile credere che stesse per cambiare il corso della mia storia, della mia vita. Ma tutto è ancora come sempre, tutto è ancora come sembra. Finchè dopo varie nottate passate a dormire di un sonno profondo, ieri la veglia è arrivata ancora all’improvviso,  e questa volta erano le 3:33. Con me è sempre così, mi sono necessarie procedure precise, le seguo con una dedizione che mi stanca la testa, e appena ogni cosa torna ad essere come deve, riprende la sua naturale direzione, io le metto in dubbio e cambio il percorso, addirittura le ore di incontro con me. Questa è dunque un’altra delle occasioni che ho per smontare e rimontare tutto, ribaltare l’idea che ho di me, rimettere i piedi sulla mia strada. Non so, è ovvio, a cosa vado incontro, ma è un buon momento per ridestarmi dal sonno, riavvolgere le matasse, riordinare i cassetti. Sembra incredibile a dirsi, ma sono giorni senza domande. Giorni d’impegno e distrazione, giorni di sole e consuetudini inattese. Incontri che ricorrono, voci che non avevo più sentito, cose di cui non sapevo niente. E così ricomincio l’autogestione, che per me è ricorrenza e consuetudine, come un secondo ne scandisce un altro e poi un altro ancora, che il tempo accade e puoi starne certo, e ti rigenera, ti riaccomoda,  ti sostituisce o ti rincontra.

e bla bla bla