il mio senz’altro sei tu

Ho capito l’essere in due quel giorno che mi aspettavi seduto alla nostra panchina, che ovvio non era nostra, e mi avevi preparato un panino col prosciutto, che tu proprio lo sai quanto il prosciutto cotto sia importante per me. Ci avevi messo anche l’insalata, solo quella, una foglia di morbido verde tra una fetta e l’altra. Forse quell’insalata era il tuo amore, una scelta, una responsabilità.
Ti avevo atteso poco tempo, poco nell’arco di una vita intera, e ora che il tempo si è rifatto vivo, io non ho atteso che me. Il tuo cuore è bastato per due, anche se te l’avevano operato tu hai vinto sulle sue cicatrici e io ho vinto te, perché combattere l’avevi dovuto fare da solo.
Non ho visto mai così tanta bellezza come dentro quei tuoi occhi, forse perché la capivo e non mi faceva paura, o perché se tu mi guardavi io guardavo te, c’era sempre un viceversa, come l’essere in due.
E’ impagabile quello che ho imparato, e la musica che abbiamo cantato e i chilometri che abbiamo corso, avevamo la fretta di vivere, che male c’era. Non esiste un tempo che sia stato senza di noi, neanche il presente. E per il domani, il mio senz’altro sei tu.

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Mens sana

Scrivi che ti fa bene, scrivi che ti passa.
scrivi, è come sudare litri e litri
e poi dormir leggeri
che il caldo non lo senti più.
Ho perso di vista il finale
un rotolo di carta steso ad asciugare
asciugamani al vento d’estate
biancheria sparsa sui nostri letti.
Scrivi che il cuore si svuota
e non c’è verso di pedalare i chilometri
dei canti di gruppo non rimane che un’eco
tra le foglie d’agosto che non voglion cadere
e un istante basta a piacersi meno
e un istante basta a piacersi ancora.

Tu scrivi
che poi si vedrà.

E poi basta

Mi si era spezzato il fiato a sentirti così vicino, le labbra dischiuse, il cuore che si rigenera. Avevo inventato mille storie, scritto frasi nella mia testa e su mille muri liberi di mille città mai visitate. Tutto quanto ridotto ad un pensiero, tutto quanto, tutto ciò che avevo era il pensiero di te. Volevo dirti grazie, ma sei tu che l’hai detto a me. Volevo dirti vaffanculo, ma sei tu che l’hai detto a me. Ho provato un cuore dimesso e l’ho portato a lutto e poi vestito di fiori. L’ho nascosto tra il sangue e le reni, maltrattato, sottomesso, dileguato. Mi è mancata la fame ad ogni risveglio, e poi è ritornata, animale smarrito che ritrova la strada di casa. Ho sancito il sonno quasi ogni notte, contato col cucchiaio, acqua ad un prigioniero.
il nostro amore scalzo, incauto, protetto.
il nostro amore invero, basito, riflesso.
Mi si era spezzato il fiato a rincorrerti tra le auto, mentre tu macinavi distanza e distanza ancora. Ma quando ti ho raggiunto, e ti sei lasciato calmare, ci siamo seduti e abbiamo pianto. In quella piazza tra le case, che da quel giorno è sempre piena di persone, come un ritrovo accanto al cratere di una bomba.
Siamo stati noi l’esplosione, brandelli di carne e vestiti e fogli all’aria e parole in volo, una forza distruttiva di carezze e spezie, un inverno di vie gelide e nebbia sul lungo fiume, il nostro cuore pieno e le nostre mani solo nostre, e di nessun altro. Una maglia di lana in cui entrare in due, una coperta che scalda i piedi, uno sgabello su cui sedersi ad ascoltare. E poi basta.

“E sarà come svegliarsi un mattino di marzo” 

Happy ground

Ero affaccendata in faccende, e nel frattempo pensavo a te.
Ai tuoi occhi bellissimi che conosco da quando ricordo. Come li avessi sempre avuti a fianco, quasi come fossero miei.
Ero dunque affaccendata in faccende e nel continuo pensiero di te ho montato al contrario le tende, come si fa chiederai tu? ma non in verticale, in orizzontale, con le cuciture in bella mostra e le etichette altrettanto. Così, sempre affaccendata, le ho tolte e rimesse, e sempre pensando a te, una l’ho rimessa per dritto e l’altra l’ho rimessa al rovescio.
Pensavo a quel pranzo cucinato per il mio compleanno, nemmeno il reggiano sulla pasta mi hai fatto mettere da sola, servita e riverita come direbbe qualcuno, pure senza sapere. E del pomeriggio a guardare i video su mtv e con la coda dell’occhio sbirciarsi a vicenda. Eri bello sai? Eri bello da sempre.
Ed è stato così che mentre ero affaccendata in faccende ho deciso fosse l’ora di cucinare e il mio stomaco tonante mi confortava nella teoria. Con il pensiero di te nella testa ho bruciato mezza cena e mi è toccato di buttarla almeno un pochino, per il resto l’ho mangiata, quella salvabile, ma sempre col pensiero di te.
Di quella litigata neanche tanto furiosa perchè avevo passato la nostra serata a parlare con un’altra persona, che non era una femmina, era un maschio, e mi è andata male chè sono pure tornata a casa senza di te, che ti eri arrabbiato mamma mia quanto ti eri arrabbiato.
E poi mi sono pure detta che già che ero affaccendata in faccende potevo far che mettere su il bucato, mille asciugamani da lavare che sono pure un bel peso non credi? Tanto, ho pensato, la fatica la fa tutta la lavatrice, benedetta sia l’era tecnologica, da massaia parlando. Ma stavo anche pensando a te e così non ho azionato il congegno e tutto quel cotone è rimasto lì compresso ed asciutto, che ormai è ora del sonno e la lavatrice la faccio domani, che magari non avrò il pensiero di te.
Di te che mi guardi e sorridi da una parte all’altra delle stanze, della tua voce che dice non devi temere, del tempo che è passato ed è stato tutto da conservare.
Non ne ho fatta una dritta, stasera, affaccendarmi non è stato un successo, ahimè.
Molto meglio star ferma e seduta e lasciar correre, che non si sa mai dove giunge il pensiero, magari chi lo sa, se lo guido bene, arrivo fino a te.

Afelio (e ti lascerò vincere, perché adoro la quiete)

Ripeto quelle parole, proprio quelle, e le ripeto all’infinito così perderanno il loro senso. Le senti? Lo capisci anche tu che non sembreranno che parole. Ero ferma sotto casa, ci sono rimasta per un po’. Ho tolto i vasi che non avevano più fiori, pensavo che li avrei riempiti ancora, ma così non è stato. Li ho lasciati giorni, che sono diventati settimane, che sono diventate mesi, che ormai sono tanto tanto tempo. Una cosa in meno, mi sono detta, invece che aggiungere, io sottraggo. Mi ci vuole così poco, in fondo, a spezzare un impegno, capovolgere una promessa, inventarmi un altro esito, un nuovo corso di eventi. E’ quasi come il battesimo, io c’ero eppure non lo ricordo; e se non era per ricordare allora chissà perché c’ero. E così ho pensato che non ne voglio uno nuovo, mi va bene l’aver scordato, mi va bene che quei ricordi siano di qualcun altro, mi va bene, mi va bene così.
Se poi arriva anche il freddo, e cerco di prenderti la mano, tu non ti scostare. Lasciami spazio, lasciami fare. Non ci manca altro che il tempo ben speso, nella stanchezza che avevamo. Una casa che è tutta un atrio, da una finestra ad un’altra, da un balcone ad un altro. E c’è da sedersi, davvero, c’è spazio per riposare.
C’era quel suono, di tanto in tanto, quel tocco come di goccia che cade sull’asciutto, non so da quando ma non l’ho sentito mai  più. Chiusa la porta e atteso il giorno, ogni suono è sparito, sono rimaste solo quelle parole, proprio quelle. Che io ripeto all’infinito e ancora hanno intatto il loro significato. Comunque io le dica, comunque le si ascolti, non si possono travisare.
Sei tu dietro la mia porta? Sei tu che tossisci per le scale? Rispondimi, sei tu?
E tu mi senti? Sono io che respiro così forte, sono io che chiudo e apro le tende, mi senti? Sono io, sono qui.

Dicevamo?

Stavi alla porta, schiena dritta dietro lo spioncino, e un attimo dopo schiena al soffitto a ciondolare gambe; la posizione del pilastro, si chiama, una di quelle in cui la parola chiave è disimpegnare. Sedute di fronte a due fette di torta fumanti, aspettiamo, che tiepide sono più buone. Penso la stessa cosa del caffè, sai?
E poi dici, giocando coi tuoi capelli raccolti di lato, lasciati cadere senza pesare le spalle, ogni volta che sento questa canzone penso che Marianne Faithfull deve averne fumate di sigarette in tutti questi anni, ma la sua voce è quella, ci vuol poco a capirlo. E d’improvviso non si sente altro che lei.
Avevamo lo stesso vestito, dovresti ricordarlo credo, l’avevamo comprato insieme, quello viola scuro con le maniche anni 70, che mi stava lungo dietro e corto davanti e io lo mettevo con i jeans sotto, sciocca ragazzina, nemmeno un’ombra di pelle, nemmeno un’idea. E poi quelle lettere, scritte d’un fiato, lette al telefono, rilette ancora. Cosa dicevano, dunque, cosa dicevamo?
Che siamo belle perchè siamo.
Che belle è un aggettivo come un altro.
Ma siamo è una parola scelta.
Che le parole non si aspettano.
Le parole si pronunciano.
E ascoltate valgono di più
Ma anche solo dette
Certe volte acquistano valore con l’età.

Shine on

“Ho detto che non c’è più nessun NOI, ho fatto bene?”
“Tu pensi di aver fatto bene?”
“L’ho fatto.”

Di fronte alle tue mani, che giocano con l’accendino rosso comprato alla stazione, ci scorre l’Arno proprio dopo il Ponte Vecchio, e in mezzo alla corsa delle persone in vena di mostre e musei non si vede altro che il sole; ci cuoce i pensieri nella testa ma tu non sei confuso. C’è stato un tempo di tutti i beni del mondo, un tempo della condivisione, un tempo del silenzio. E ora ci sei tu, unica fonte e destinazione, amalgama di incontri e sequenze, ferme immobili come l’afa d’estate.
Quando ti ho visto arrivare avevamo diciott’anni, scorpione e pesci, A, B, C, e D, i pantaloni pestati sotto le scarpe e un armadio di maglie a righe. Pensavo che non ti avrei capito mai e che di me avresti ricordato ben poco, invece eccoci, di fronte all’Arno, appena dopo il Ponte Vecchio, vicini alla tua casa, lontani dalla mia.
Quella sera era freddo, freddissimo, l’autunno di Torino, era quasi il tuo compleanno e non lo sapeva nessuno, poi io ho detto quella frase, e l’ho detta così lo sai?, solo per ridere, solo per rivolgerti la parola perchè eri così bellino tutto rinchiuso nel tuo giubbotto. E tu hai sorriso così sul serio, così perfettamente che io non l’ho mai capito perchè.
Quando ti ho visto arrivare abbiamo trentasei anni, scorpione e pesci, il ricordo di una serata di baci, tutte le strade in un’applicazione telefonica e la giornata tutta intera da passare . Ti ricordi così bene di me che quei ricordi te li sei portati in una borsa verde militare e ricolma, il biglietto per i Jamiroquai, il biglietto del 30 quel pomeriggio seduti a star zitti per l’imbarazzo, la foto del Leoncavallo quella notte che ci abbiamo dormito perchè avevamo perso l’ultimo treno e ancora si poteva prendere quello del mattino dopo senza pagare di nuovo, sìcchè io mi spiazzo, mi riposo e mi riavvolgo in quelle coperte sicure che sono i nostri pezzi, cerco qualcosa da dire e dico una frase, e la dico così lo sai? solo per ridere, solo perchè zitta non so stare. E perchè sorridi così bene, questa volta io lo so.

“Sarebbe un sogno incontrarci qui ogni anno a vedere dove si va”
“Non è un sogno, è un progetto”