Moment to Moment

Si sfugge, ci si sfugge.
Ogni giorno sulla porta, di schiena, all’aperto, giochi di bambini sparsi su tappeti a fiori.
Io invento.
Il tuo abbraccio appanna i vetri, fa piovere su altre piogge, solca la terra, predice.
Io ricordo.
Ricordo e non rispondo, a domande e cure, per non dover essere un giorno domanda e dottore.
Io brucio.
L’ora mi svela il battito, mi apre gli occhi mi schiarisce la voce.
Fuoco.
E acqua che scorre via.

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I’ve seen love, and I followed the speeding of starlight

Le onde si infrangono anche qui
in città distanti dai mari
in stanze intrappolate tra porte chiuse.
Messaggi di iodio che increspa i pensieri
passanti confusi dal sole d’autunno
tempie fredde cuori in attesa.
Da quel giorno in cui era tempo di andare
e io sono rimasta
il vento mi costringe a riva
a riempirmi di sabbia le mani
e costruire castelli o finzioni.
Così ho camminato
verso la neve
verso me
indossato sciarpe di lana grezza
e lasciato sciolte le spalle.
Ancora lo vedo, il mare
di rosse bandiere e corto il fiato
che se mai ci volessi tornare
non basterebbe uno slancio
per rotolarci dentro e lasciarmi cadere.

Happy ground

Ero affaccendata in faccende, e nel frattempo pensavo a te.
Ai tuoi occhi bellissimi che conosco da quando ricordo. Come li avessi sempre avuti a fianco, quasi come fossero miei.
Ero dunque affaccendata in faccende e nel continuo pensiero di te ho montato al contrario le tende, come si fa chiederai tu? ma non in verticale, in orizzontale, con le cuciture in bella mostra e le etichette altrettanto. Così, sempre affaccendata, le ho tolte e rimesse, e sempre pensando a te, una l’ho rimessa per dritto e l’altra l’ho rimessa al rovescio.
Pensavo a quel pranzo cucinato per il mio compleanno, nemmeno il reggiano sulla pasta mi hai fatto mettere da sola, servita e riverita come direbbe qualcuno, pure senza sapere. E del pomeriggio a guardare i video su mtv e con la coda dell’occhio sbirciarsi a vicenda. Eri bello sai? Eri bello da sempre.
Ed è stato così che mentre ero affaccendata in faccende ho deciso fosse l’ora di cucinare e il mio stomaco tonante mi confortava nella teoria. Con il pensiero di te nella testa ho bruciato mezza cena e mi è toccato di buttarla almeno un pochino, per il resto l’ho mangiata, quella salvabile, ma sempre col pensiero di te.
Di quella litigata neanche tanto furiosa perchè avevo passato la nostra serata a parlare con un’altra persona, che non era una femmina, era un maschio, e mi è andata male chè sono pure tornata a casa senza di te, che ti eri arrabbiato mamma mia quanto ti eri arrabbiato.
E poi mi sono pure detta che già che ero affaccendata in faccende potevo far che mettere su il bucato, mille asciugamani da lavare che sono pure un bel peso non credi? Tanto, ho pensato, la fatica la fa tutta la lavatrice, benedetta sia l’era tecnologica, da massaia parlando. Ma stavo anche pensando a te e così non ho azionato il congegno e tutto quel cotone è rimasto lì compresso ed asciutto, che ormai è ora del sonno e la lavatrice la faccio domani, che magari non avrò il pensiero di te.
Di te che mi guardi e sorridi da una parte all’altra delle stanze, della tua voce che dice non devi temere, del tempo che è passato ed è stato tutto da conservare.
Non ne ho fatta una dritta, stasera, affaccendarmi non è stato un successo, ahimè.
Molto meglio star ferma e seduta e lasciar correre, che non si sa mai dove giunge il pensiero, magari chi lo sa, se lo guido bene, arrivo fino a te.

So close (and more) (and more)

Accade che dimentico, anche se non voglio, io dimentico.
E’ un bene per me. E’ un bene e basta.
Me ne preoccupo, a volte, perchè mi piace r i c o r d a r e
ma il ricordo è un compromesso, ed è senza badare.
Va bene così, ci rivediamo col sole
di mattina, stropicciati e coi piedi caldi
manifestando sbadigli, quando non c’è da parlare.
ti amavo e ti amo
ora ancora di più
da quando il tuo amore sgambetta
e mette i denti nel sonno.

Distanze (ma poi chissà e chi lo sa magari si magari ma)

 

E’ stato così che poi ho visto l’alba
al profumo di caffè caldo e potenti ricordi
l’alba senza la notte, l’alba senza il vino
col cappello calato sugli occhi al freddo lì fuori.
Ci sono andata da sola a cercare di parlare
meno orecchi meno mani meno sogni un unico se
il mio passo al risuonare del mio passo
il mio cuore al cospetto del mio cuore.
Un germoglio cercato per tempo, rapito ai padroni
un chiodo fisso di stracci e pulizie di primavera
sapevo di averlo quel battito al polso
sapevo di fermarlo quando ne avessi avuto forza.
E’ stato così che ho incontrato l’alba
sorpresa come me ad osservarmi non cadere
l’alba senza sonno, l’alba senza un dono
un ritorno felice, voltate le spalle, per di là.

Shine on

“Ho detto che non c’è più nessun NOI, ho fatto bene?”
“Tu pensi di aver fatto bene?”
“L’ho fatto.”

Di fronte alle tue mani, che giocano con l’accendino rosso comprato alla stazione, ci scorre l’Arno proprio dopo il Ponte Vecchio, e in mezzo alla corsa delle persone in vena di mostre e musei non si vede altro che il sole; ci cuoce i pensieri nella testa ma tu non sei confuso. C’è stato un tempo di tutti i beni del mondo, un tempo della condivisione, un tempo del silenzio. E ora ci sei tu, unica fonte e destinazione, amalgama di incontri e sequenze, ferme immobili come l’afa d’estate.
Quando ti ho visto arrivare avevamo diciott’anni, scorpione e pesci, A, B, C, e D, i pantaloni pestati sotto le scarpe e un armadio di maglie a righe. Pensavo che non ti avrei capito mai e che di me avresti ricordato ben poco, invece eccoci, di fronte all’Arno, appena dopo il Ponte Vecchio, vicini alla tua casa, lontani dalla mia.
Quella sera era freddo, freddissimo, l’autunno di Torino, era quasi il tuo compleanno e non lo sapeva nessuno, poi io ho detto quella frase, e l’ho detta così lo sai?, solo per ridere, solo per rivolgerti la parola perchè eri così bellino tutto rinchiuso nel tuo giubbotto. E tu hai sorriso così sul serio, così perfettamente che io non l’ho mai capito perchè.
Quando ti ho visto arrivare abbiamo trentasei anni, scorpione e pesci, il ricordo di una serata di baci, tutte le strade in un’applicazione telefonica e la giornata tutta intera da passare . Ti ricordi così bene di me che quei ricordi te li sei portati in una borsa verde militare e ricolma, il biglietto per i Jamiroquai, il biglietto del 30 quel pomeriggio seduti a star zitti per l’imbarazzo, la foto del Leoncavallo quella notte che ci abbiamo dormito perchè avevamo perso l’ultimo treno e ancora si poteva prendere quello del mattino dopo senza pagare di nuovo, sìcchè io mi spiazzo, mi riposo e mi riavvolgo in quelle coperte sicure che sono i nostri pezzi, cerco qualcosa da dire e dico una frase, e la dico così lo sai? solo per ridere, solo perchè zitta non so stare. E perchè sorridi così bene, questa volta io lo so.

“Sarebbe un sogno incontrarci qui ogni anno a vedere dove si va”
“Non è un sogno, è un progetto”

Pietra Miliare


“Lo vede quel solco una spanna sotto il suo ombelico?” mi chiede il Dottore, e proprio mentre sto coricata lì, tiro su la testa mi guardo e per la prima volta lo noto. “Quando l’hanno operata le hanno separato due lembi di un muscolo, che poi è rimasto lì, così, separato e ora ecco spiegato quel solco.”
Dottore ma che cazzo dici, volevo esordire. Dottore, forse ieri sera stavi ai Muri e fai finta di no, Dottore. Non ci posso credere che quelli mi hanno separato due muscoli che prima se ne stavano attaccati belli sereni e distesi e poi tra tutto quel sangue e quell’anestesia, me li hanno lasciati lì così, divisi per sempre. E che non me ne sarei mai accorta se non perchè questa volta sapevo dove guardare, cosa dovevo vedere.
Allora guardo il Dottore, che da giorni e giorni tenta di mettere a posto la mia schiena dolorante e il mio somatizzare tutto, ogni cosa mi passi per la testa e sotto il naso, lo guardo e gli chiedo “non torneranno più come prima, vero?” e lui, laureato-camicebianco-compostezza risponde: “Assolutamente no, ma ci farà l’abitudine.”

Ognuno ha la metafora che si merita, Signori.