Serenamente

Sono sicura, quello eri proprio tu.
Che pedalavi in pieno rosso fregandotene del mio verde; ecco che quando il muso della mia macchina spunta fuori dai portici, oltre al traffico, la pioggia la noia ed il tram, devo pure inchiodare in mezzo all’incrocio per non prenderti sotto. Strana similitudine, a pensarci bene.
Avrei voluto accelerare? Stenderti al suolo un tuttuno con i raggi della maledetta bici a noleggio?
Oppure farti passare e gridarti che sei un coglione, che col rosso in bici non si passa, e non solo per questo; che sei coglione, dico.
Mi sono tenuta il mio verde, invece. E ho tirato dritto per la mia strada. Così, serenamente.

Annunci

Aver furia

Se è vero che tutto torna, dunque tutto parte
allaccia le cinture gira l’angolo scompare
bisbiglia incompreso si rende passato.
Ci vuole talento, mi ripeto
per abbagliare ogni sguardo
il diniego si acceca
e non ci si pensa più.

Oggi A. mi ha chiesto dov’ero quella sera che era uscito apposta per cercarmi. Ma io, giuro, non lo so, so solo che ero con me. Ci ho passato tanto di quel tempo che posso dirlo con certezza. E lui ha riso, prima di dirmi, che risposta del cazzo.
E ora so solo che ha riso, lui coi suoi denti bianchissimi, i bracciali al polso, quelli che non fanno rumore, mentre spegneva la sigaretta col piede e diceva maledetti fattori inquinanti. Mi ha detto avevo del riso che scadeva nella dispensa, come si fa a far scadere il riso gli ho chiesto io e lui, basta non mangiarlo. Poi ha detto quell’altra frase, quella che non ho sentito, passava il tram che ha ancora i passamano in legno, credevo che in città non ce ne fossero più. E mentre la diceva io sentivo solo il rumore del tram. Solo il rumore del tram. Forse mi stava dicendo sei bella, si si, forse stava dicendo proprio quella frase lì. Ho fatto finta di aver capito e mi è andata bene, non c’era bisogno di una risposta. Quando A. parla con me non guarda mai l’orologio, nè il cellulare, nè intorno. A. guarda me. Forse è sordo e lo fa per leggere il labiale, forse. Mi ha detto che una volta che guidavo io non abbiamo preso neanche un rosso, l’onda verde dei semafori ci ha portati dritti dritti al parcheggio sotto casa, ma io questa cosa non me la ricordo. Dice, ma sei sicura? va beh allora forse non ero in macchina con te.
E tu A. dov’eri quella sera che sei uscito apposta per trovarmi, dov’eri che non mi hai trovata?

(liberamente tratto)

Summers of us

E’ l’estate del 1993, me lo ricordo bene, in tutti i juke-box di tutte le spiagge e di tutti i campeggi risuona Laura Pausini che canta robe d’amore del suo primo album, e chi se le dimentica più. Io e C. siamo seduti sotto il sole, piedi a mollo e facce disidratate; aspettiamo che quei quattro disgraziati dei nostri amici tornino a riva col pedalò, si sono portati dietro un marsupio con le chiavi del motorino di C. che vogliamo andarcene a vedere la partita di calcetto al campetto e di camminare su e giù chi ce lo fa fare. Da quando qualche ora prima, sedendomi di fretta sul bagnasciuga ho battuto dolorosamente l’osso sacro sull’unica pietra di tutta la maledetta spiaggia di san bartolomeo, e ho scomodato tutti  i santi imparati a catechismo da bambina più qualcuno di quelli importati dai parenti padovani, C. non smette di ridere e prendermi in giro, ogni volta che mi muovo sulla spiaggia mi tira per un braccio e grida stai attentaaa!! Le mie orecchie non ne possono più e sono quasi stufa che mi prenda in giro da mezza giornata, ma è così che va con gli amici, gli si concede il lusso della derisione spicciola, che tanto è solo un gioco e la prossima volta lo sai che, di sicuro, non ti lascerà cadere ancora. Io nel 1993 ho 16 anni compiuti, C. ne ha 18, ha finito la scuola superiore con buoni voti e nella vita fa il nuotatore: al mattino alle ore più impensate, mentre il campeggio ancora dorme e solo qualche mamma prepara lenta la colazione, lui esce dal suo bungalow e se ne va in piscina, scavalca il muretto e si allena per un po’, fintanto che il bagnino sbuffando lo caccia fuori, tutte le mattine la stessa storia eh C, sono anni che appena inizio a lavorare sei la prima brutta faccia che vedo. Qualcuna di quelle mattine ci prova a portarmi con sè, vorrebbe farmi diventare una stella del nuoto ma io lo guardo dalla finestrella accanto al mio letto, gli dico vai  che ti raggiungo e lui sempre finge di crederci, sciabatta rumorosamente sulla ghiaia a darmi fastidio e se ne va. Proprio mentre recuperiamo dunque il motorino e l’asfalto del parcheggio sembra sciogliersi tra le strisce bianche, C. mi dice che quest’anno forse è l’ultimo in cui saremo compagni d’estate, che è diventato grande e vorrebbe andarsene in giro per l’europa, imparare davvero l’inglese, che di parlare solo italiano e qualche volta il dialetto non ne può più, e che lì, nel quartiere della periferia di genova dove è nato e cresciuto, o parli di calcio e di moto oppure fai il calciatore e ti compri la moto. Lui vorrebbe migliorare i suoi disegni, inventare fumetti e al genoa si che gli vuole bene, ma lontano dice che ci sa vivere lo stesso, e che è ora di cercare un posto dove stare, dove stare per un po’. E così tra una storia di stadio e una risata sul mio osso sacro dolorante andiamo a vederci il calcetto e decidiamo che stasera non scendiamo in paese con gli altri, ce ne stiamo tranquilli e sereni a giocare a carte e fissare le stelle, “che tanto, daria, due romanticoni come noi, chi vuoi che li capisca”. Quella sera la nostra solita partita di pinnacola dura un’eternità e finisce che la vinco io, C. mi paga la birra e ce ne andiamo su per il campeggio sulla strada che porta alla pineta, quella da cui non si potrebbe passare ma che è da anni il nostro posto preferito, si vede bene il buio delle colline e pure quell’anfratto mezzo illuminato dove i ragazzini vanno a baciarsi di nascosto dai genitori, e così noi sappiamo tutto di tutti e finisce sempre che ci ridiamo su come matti. Il cielo è di un blu così scuro che sembra impossibile osservarlo senza respiri profondi, anche se si vedono gli alberi e si sentono le auto in lontananza, sembra di stare dentro un quadro, che a girarsi ovunque non si vede altro che blu scuro. Rimaniamo lì, pensando a niente, accumulando ricordi, crescendo d’estate. Che è in quel momento che tutto si precisa e si definisce, diventa assai chiaro e rassicurante che non te lo scordi più e che se vedi una stella cadente hai ancora 16 anni e le chiedi un amico così per sempre, a insegnarti bene a nuotare, a salutarti dal treno in partenza, a dirti è nato mio figlio, si chiama Andrea e da grande chissà cosa farà.

with a little help from (for) my friend

Che se il sonno recasse il vero
e solo per non dar nell’occhio
lo destasse quand’è ormai buio
facilmente mi arrenderei al patto
accomoderei chiuse le valigie
raccoglierei intorno furori e stagioni.
Un tempo fu quel ballo, ricordi
a portarmi in piedi a centro sala
tra un sigillo e un passo lento
della mia attempata gioventù
e un giorno sbagliai stazione
per un treno fermo e in orario
che non mi vide mai arrivare.
Ci misi spazio e distanza e polvere
ci misi fatica ed estremità
lo vidi infine passare in corsa
e non tentai di fermarlo nemmeno.
Che se il sonno recasse il vero
e portasse in salvo viaggi e viaggiatori
ti direi riposa, amico mio
che già domani saprai tutto
anche spiegarti di me.