Mens sana

Scrivi che ti fa bene, scrivi che ti passa.
scrivi, è come sudare litri e litri
e poi dormir leggeri
che il caldo non lo senti più.
Ho perso di vista il finale
un rotolo di carta steso ad asciugare
asciugamani al vento d’estate
biancheria sparsa sui nostri letti.
Scrivi che il cuore si svuota
e non c’è verso di pedalare i chilometri
dei canti di gruppo non rimane che un’eco
tra le foglie d’agosto che non voglion cadere
e un istante basta a piacersi meno
e un istante basta a piacersi ancora.

Tu scrivi
che poi si vedrà.

Things we lost in the fire

Prima del tonfo, prima di me, prima del giorno;

un incedere spartano, veicoli di motore e neve, verdi bottiglie vuote.

un estratto eterno della vita mia più vera e di quello che volevo restasse, anche solo a dirsi

primavere una e poi l’altra, i mari ghiacciati dal fiato, il sale in tasca a ricordarmi chi sei

incroci di nastri e fiocchi e non solo, una partita a scacchi iniziata anni fa,

mai vinta mai persa mai imparato a giocarci

sai quando hai quella sensazione, che non sia una buona idea, che non lo sia in alcun modo

tu non l’ascoltare

potresti sbagliarti

o perderti il piacere del lamento.

quel tonfo tu lo sai era il mio cuore

incollato e coglione

senza fuga.

Prima del giorno, in alba di gialli e di viola,

il fiato risanato dallo iodio,

il sesto senso in riarmo

ce ne vuole di spago, ce ne vuole matasse e matasse

ma forse più che ricucire

mi faccio un vestito nuovo.

Toh.

E poi basta

Mi si era spezzato il fiato a sentirti così vicino, le labbra dischiuse, il cuore che si rigenera. Avevo inventato mille storie, scritto frasi nella mia testa e su mille muri liberi di mille città mai visitate. Tutto quanto ridotto ad un pensiero, tutto quanto, tutto ciò che avevo era il pensiero di te. Volevo dirti grazie, ma sei tu che l’hai detto a me. Volevo dirti vaffanculo, ma sei tu che l’hai detto a me. Ho provato un cuore dimesso e l’ho portato a lutto e poi vestito di fiori. L’ho nascosto tra il sangue e le reni, maltrattato, sottomesso, dileguato. Mi è mancata la fame ad ogni risveglio, e poi è ritornata, animale smarrito che ritrova la strada di casa. Ho sancito il sonno quasi ogni notte, contato col cucchiaio, acqua ad un prigioniero.
il nostro amore scalzo, incauto, protetto.
il nostro amore invero, basito, riflesso.
Mi si era spezzato il fiato a rincorrerti tra le auto, mentre tu macinavi distanza e distanza ancora. Ma quando ti ho raggiunto, e ti sei lasciato calmare, ci siamo seduti e abbiamo pianto. In quella piazza tra le case, che da quel giorno è sempre piena di persone, come un ritrovo accanto al cratere di una bomba.
Siamo stati noi l’esplosione, brandelli di carne e vestiti e fogli all’aria e parole in volo, una forza distruttiva di carezze e spezie, un inverno di vie gelide e nebbia sul lungo fiume, il nostro cuore pieno e le nostre mani solo nostre, e di nessun altro. Una maglia di lana in cui entrare in due, una coperta che scalda i piedi, uno sgabello su cui sedersi ad ascoltare. E poi basta.

“E sarà come svegliarsi un mattino di marzo” 

Happy ground

Ero affaccendata in faccende, e nel frattempo pensavo a te.
Ai tuoi occhi bellissimi che conosco da quando ricordo. Come li avessi sempre avuti a fianco, quasi come fossero miei.
Ero dunque affaccendata in faccende e nel continuo pensiero di te ho montato al contrario le tende, come si fa chiederai tu? ma non in verticale, in orizzontale, con le cuciture in bella mostra e le etichette altrettanto. Così, sempre affaccendata, le ho tolte e rimesse, e sempre pensando a te, una l’ho rimessa per dritto e l’altra l’ho rimessa al rovescio.
Pensavo a quel pranzo cucinato per il mio compleanno, nemmeno il reggiano sulla pasta mi hai fatto mettere da sola, servita e riverita come direbbe qualcuno, pure senza sapere. E del pomeriggio a guardare i video su mtv e con la coda dell’occhio sbirciarsi a vicenda. Eri bello sai? Eri bello da sempre.
Ed è stato così che mentre ero affaccendata in faccende ho deciso fosse l’ora di cucinare e il mio stomaco tonante mi confortava nella teoria. Con il pensiero di te nella testa ho bruciato mezza cena e mi è toccato di buttarla almeno un pochino, per il resto l’ho mangiata, quella salvabile, ma sempre col pensiero di te.
Di quella litigata neanche tanto furiosa perchè avevo passato la nostra serata a parlare con un’altra persona, che non era una femmina, era un maschio, e mi è andata male chè sono pure tornata a casa senza di te, che ti eri arrabbiato mamma mia quanto ti eri arrabbiato.
E poi mi sono pure detta che già che ero affaccendata in faccende potevo far che mettere su il bucato, mille asciugamani da lavare che sono pure un bel peso non credi? Tanto, ho pensato, la fatica la fa tutta la lavatrice, benedetta sia l’era tecnologica, da massaia parlando. Ma stavo anche pensando a te e così non ho azionato il congegno e tutto quel cotone è rimasto lì compresso ed asciutto, che ormai è ora del sonno e la lavatrice la faccio domani, che magari non avrò il pensiero di te.
Di te che mi guardi e sorridi da una parte all’altra delle stanze, della tua voce che dice non devi temere, del tempo che è passato ed è stato tutto da conservare.
Non ne ho fatta una dritta, stasera, affaccendarmi non è stato un successo, ahimè.
Molto meglio star ferma e seduta e lasciar correre, che non si sa mai dove giunge il pensiero, magari chi lo sa, se lo guido bene, arrivo fino a te.

So close (and more) (and more)

Accade che dimentico, anche se non voglio, io dimentico.
E’ un bene per me. E’ un bene e basta.
Me ne preoccupo, a volte, perchè mi piace r i c o r d a r e
ma il ricordo è un compromesso, ed è senza badare.
Va bene così, ci rivediamo col sole
di mattina, stropicciati e coi piedi caldi
manifestando sbadigli, quando non c’è da parlare.
ti amavo e ti amo
ora ancora di più
da quando il tuo amore sgambetta
e mette i denti nel sonno.

Dicevamo?

Stavi alla porta, schiena dritta dietro lo spioncino, e un attimo dopo schiena al soffitto a ciondolare gambe; la posizione del pilastro, si chiama, una di quelle in cui la parola chiave è disimpegnare. Sedute di fronte a due fette di torta fumanti, aspettiamo, che tiepide sono più buone. Penso la stessa cosa del caffè, sai?
E poi dici, giocando coi tuoi capelli raccolti di lato, lasciati cadere senza pesare le spalle, ogni volta che sento questa canzone penso che Marianne Faithfull deve averne fumate di sigarette in tutti questi anni, ma la sua voce è quella, ci vuol poco a capirlo. E d’improvviso non si sente altro che lei.
Avevamo lo stesso vestito, dovresti ricordarlo credo, l’avevamo comprato insieme, quello viola scuro con le maniche anni 70, che mi stava lungo dietro e corto davanti e io lo mettevo con i jeans sotto, sciocca ragazzina, nemmeno un’ombra di pelle, nemmeno un’idea. E poi quelle lettere, scritte d’un fiato, lette al telefono, rilette ancora. Cosa dicevano, dunque, cosa dicevamo?
Che siamo belle perchè siamo.
Che belle è un aggettivo come un altro.
Ma siamo è una parola scelta.
Che le parole non si aspettano.
Le parole si pronunciano.
E ascoltate valgono di più
Ma anche solo dette
Certe volte acquistano valore con l’età.

Shine on

“Ho detto che non c’è più nessun NOI, ho fatto bene?”
“Tu pensi di aver fatto bene?”
“L’ho fatto.”

Di fronte alle tue mani, che giocano con l’accendino rosso comprato alla stazione, ci scorre l’Arno proprio dopo il Ponte Vecchio, e in mezzo alla corsa delle persone in vena di mostre e musei non si vede altro che il sole; ci cuoce i pensieri nella testa ma tu non sei confuso. C’è stato un tempo di tutti i beni del mondo, un tempo della condivisione, un tempo del silenzio. E ora ci sei tu, unica fonte e destinazione, amalgama di incontri e sequenze, ferme immobili come l’afa d’estate.
Quando ti ho visto arrivare avevamo diciott’anni, scorpione e pesci, A, B, C, e D, i pantaloni pestati sotto le scarpe e un armadio di maglie a righe. Pensavo che non ti avrei capito mai e che di me avresti ricordato ben poco, invece eccoci, di fronte all’Arno, appena dopo il Ponte Vecchio, vicini alla tua casa, lontani dalla mia.
Quella sera era freddo, freddissimo, l’autunno di Torino, era quasi il tuo compleanno e non lo sapeva nessuno, poi io ho detto quella frase, e l’ho detta così lo sai?, solo per ridere, solo per rivolgerti la parola perchè eri così bellino tutto rinchiuso nel tuo giubbotto. E tu hai sorriso così sul serio, così perfettamente che io non l’ho mai capito perchè.
Quando ti ho visto arrivare abbiamo trentasei anni, scorpione e pesci, il ricordo di una serata di baci, tutte le strade in un’applicazione telefonica e la giornata tutta intera da passare . Ti ricordi così bene di me che quei ricordi te li sei portati in una borsa verde militare e ricolma, il biglietto per i Jamiroquai, il biglietto del 30 quel pomeriggio seduti a star zitti per l’imbarazzo, la foto del Leoncavallo quella notte che ci abbiamo dormito perchè avevamo perso l’ultimo treno e ancora si poteva prendere quello del mattino dopo senza pagare di nuovo, sìcchè io mi spiazzo, mi riposo e mi riavvolgo in quelle coperte sicure che sono i nostri pezzi, cerco qualcosa da dire e dico una frase, e la dico così lo sai? solo per ridere, solo perchè zitta non so stare. E perchè sorridi così bene, questa volta io lo so.

“Sarebbe un sogno incontrarci qui ogni anno a vedere dove si va”
“Non è un sogno, è un progetto”

Summers of us

E’ l’estate del 1993, me lo ricordo bene, in tutti i juke-box di tutte le spiagge e di tutti i campeggi risuona Laura Pausini che canta robe d’amore del suo primo album, e chi se le dimentica più. Io e C. siamo seduti sotto il sole, piedi a mollo e facce disidratate; aspettiamo che quei quattro disgraziati dei nostri amici tornino a riva col pedalò, si sono portati dietro un marsupio con le chiavi del motorino di C. che vogliamo andarcene a vedere la partita di calcetto al campetto e di camminare su e giù chi ce lo fa fare. Da quando qualche ora prima, sedendomi di fretta sul bagnasciuga ho battuto dolorosamente l’osso sacro sull’unica pietra di tutta la maledetta spiaggia di san bartolomeo, e ho scomodato tutti  i santi imparati a catechismo da bambina più qualcuno di quelli importati dai parenti padovani, C. non smette di ridere e prendermi in giro, ogni volta che mi muovo sulla spiaggia mi tira per un braccio e grida stai attentaaa!! Le mie orecchie non ne possono più e sono quasi stufa che mi prenda in giro da mezza giornata, ma è così che va con gli amici, gli si concede il lusso della derisione spicciola, che tanto è solo un gioco e la prossima volta lo sai che, di sicuro, non ti lascerà cadere ancora. Io nel 1993 ho 16 anni compiuti, C. ne ha 18, ha finito la scuola superiore con buoni voti e nella vita fa il nuotatore: al mattino alle ore più impensate, mentre il campeggio ancora dorme e solo qualche mamma prepara lenta la colazione, lui esce dal suo bungalow e se ne va in piscina, scavalca il muretto e si allena per un po’, fintanto che il bagnino sbuffando lo caccia fuori, tutte le mattine la stessa storia eh C, sono anni che appena inizio a lavorare sei la prima brutta faccia che vedo. Qualcuna di quelle mattine ci prova a portarmi con sè, vorrebbe farmi diventare una stella del nuoto ma io lo guardo dalla finestrella accanto al mio letto, gli dico vai  che ti raggiungo e lui sempre finge di crederci, sciabatta rumorosamente sulla ghiaia a darmi fastidio e se ne va. Proprio mentre recuperiamo dunque il motorino e l’asfalto del parcheggio sembra sciogliersi tra le strisce bianche, C. mi dice che quest’anno forse è l’ultimo in cui saremo compagni d’estate, che è diventato grande e vorrebbe andarsene in giro per l’europa, imparare davvero l’inglese, che di parlare solo italiano e qualche volta il dialetto non ne può più, e che lì, nel quartiere della periferia di genova dove è nato e cresciuto, o parli di calcio e di moto oppure fai il calciatore e ti compri la moto. Lui vorrebbe migliorare i suoi disegni, inventare fumetti e al genoa si che gli vuole bene, ma lontano dice che ci sa vivere lo stesso, e che è ora di cercare un posto dove stare, dove stare per un po’. E così tra una storia di stadio e una risata sul mio osso sacro dolorante andiamo a vederci il calcetto e decidiamo che stasera non scendiamo in paese con gli altri, ce ne stiamo tranquilli e sereni a giocare a carte e fissare le stelle, “che tanto, daria, due romanticoni come noi, chi vuoi che li capisca”. Quella sera la nostra solita partita di pinnacola dura un’eternità e finisce che la vinco io, C. mi paga la birra e ce ne andiamo su per il campeggio sulla strada che porta alla pineta, quella da cui non si potrebbe passare ma che è da anni il nostro posto preferito, si vede bene il buio delle colline e pure quell’anfratto mezzo illuminato dove i ragazzini vanno a baciarsi di nascosto dai genitori, e così noi sappiamo tutto di tutti e finisce sempre che ci ridiamo su come matti. Il cielo è di un blu così scuro che sembra impossibile osservarlo senza respiri profondi, anche se si vedono gli alberi e si sentono le auto in lontananza, sembra di stare dentro un quadro, che a girarsi ovunque non si vede altro che blu scuro. Rimaniamo lì, pensando a niente, accumulando ricordi, crescendo d’estate. Che è in quel momento che tutto si precisa e si definisce, diventa assai chiaro e rassicurante che non te lo scordi più e che se vedi una stella cadente hai ancora 16 anni e le chiedi un amico così per sempre, a insegnarti bene a nuotare, a salutarti dal treno in partenza, a dirti è nato mio figlio, si chiama Andrea e da grande chissà cosa farà.