Moment to Moment

Si sfugge, ci si sfugge.
Ogni giorno sulla porta, di schiena, all’aperto, giochi di bambini sparsi su tappeti a fiori.
Io invento.
Il tuo abbraccio appanna i vetri, fa piovere su altre piogge, solca la terra, predice.
Io ricordo.
Ricordo e non rispondo, a domande e cure, per non dover essere un giorno domanda e dottore.
Io brucio.
L’ora mi svela il battito, mi apre gli occhi mi schiarisce la voce.
Fuoco.
E acqua che scorre via.

Things we lost in the fire

Prima del tonfo, prima di me, prima del giorno;

un incedere spartano, veicoli di motore e neve, verdi bottiglie vuote.

un estratto eterno della vita mia più vera e di quello che volevo restasse, anche solo a dirsi

primavere una e poi l’altra, i mari ghiacciati dal fiato, il sale in tasca a ricordarmi chi sei

incroci di nastri e fiocchi e non solo, una partita a scacchi iniziata anni fa,

mai vinta mai persa mai imparato a giocarci

sai quando hai quella sensazione, che non sia una buona idea, che non lo sia in alcun modo

tu non l’ascoltare

potresti sbagliarti

o perderti il piacere del lamento.

quel tonfo tu lo sai era il mio cuore

incollato e coglione

senza fuga.

Prima del giorno, in alba di gialli e di viola,

il fiato risanato dallo iodio,

il sesto senso in riarmo

ce ne vuole di spago, ce ne vuole matasse e matasse

ma forse più che ricucire

mi faccio un vestito nuovo.

Toh.

Happy ground

Ero affaccendata in faccende, e nel frattempo pensavo a te.
Ai tuoi occhi bellissimi che conosco da quando ricordo. Come li avessi sempre avuti a fianco, quasi come fossero miei.
Ero dunque affaccendata in faccende e nel continuo pensiero di te ho montato al contrario le tende, come si fa chiederai tu? ma non in verticale, in orizzontale, con le cuciture in bella mostra e le etichette altrettanto. Così, sempre affaccendata, le ho tolte e rimesse, e sempre pensando a te, una l’ho rimessa per dritto e l’altra l’ho rimessa al rovescio.
Pensavo a quel pranzo cucinato per il mio compleanno, nemmeno il reggiano sulla pasta mi hai fatto mettere da sola, servita e riverita come direbbe qualcuno, pure senza sapere. E del pomeriggio a guardare i video su mtv e con la coda dell’occhio sbirciarsi a vicenda. Eri bello sai? Eri bello da sempre.
Ed è stato così che mentre ero affaccendata in faccende ho deciso fosse l’ora di cucinare e il mio stomaco tonante mi confortava nella teoria. Con il pensiero di te nella testa ho bruciato mezza cena e mi è toccato di buttarla almeno un pochino, per il resto l’ho mangiata, quella salvabile, ma sempre col pensiero di te.
Di quella litigata neanche tanto furiosa perchè avevo passato la nostra serata a parlare con un’altra persona, che non era una femmina, era un maschio, e mi è andata male chè sono pure tornata a casa senza di te, che ti eri arrabbiato mamma mia quanto ti eri arrabbiato.
E poi mi sono pure detta che già che ero affaccendata in faccende potevo far che mettere su il bucato, mille asciugamani da lavare che sono pure un bel peso non credi? Tanto, ho pensato, la fatica la fa tutta la lavatrice, benedetta sia l’era tecnologica, da massaia parlando. Ma stavo anche pensando a te e così non ho azionato il congegno e tutto quel cotone è rimasto lì compresso ed asciutto, che ormai è ora del sonno e la lavatrice la faccio domani, che magari non avrò il pensiero di te.
Di te che mi guardi e sorridi da una parte all’altra delle stanze, della tua voce che dice non devi temere, del tempo che è passato ed è stato tutto da conservare.
Non ne ho fatta una dritta, stasera, affaccendarmi non è stato un successo, ahimè.
Molto meglio star ferma e seduta e lasciar correre, che non si sa mai dove giunge il pensiero, magari chi lo sa, se lo guido bene, arrivo fino a te.

Serenamente

Sono sicura, quello eri proprio tu.
Che pedalavi in pieno rosso fregandotene del mio verde; ecco che quando il muso della mia macchina spunta fuori dai portici, oltre al traffico, la pioggia la noia ed il tram, devo pure inchiodare in mezzo all’incrocio per non prenderti sotto. Strana similitudine, a pensarci bene.
Avrei voluto accelerare? Stenderti al suolo un tuttuno con i raggi della maledetta bici a noleggio?
Oppure farti passare e gridarti che sei un coglione, che col rosso in bici non si passa, e non solo per questo; che sei coglione, dico.
Mi sono tenuta il mio verde, invece. E ho tirato dritto per la mia strada. Così, serenamente.

Shine on

“Ho detto che non c’è più nessun NOI, ho fatto bene?”
“Tu pensi di aver fatto bene?”
“L’ho fatto.”

Di fronte alle tue mani, che giocano con l’accendino rosso comprato alla stazione, ci scorre l’Arno proprio dopo il Ponte Vecchio, e in mezzo alla corsa delle persone in vena di mostre e musei non si vede altro che il sole; ci cuoce i pensieri nella testa ma tu non sei confuso. C’è stato un tempo di tutti i beni del mondo, un tempo della condivisione, un tempo del silenzio. E ora ci sei tu, unica fonte e destinazione, amalgama di incontri e sequenze, ferme immobili come l’afa d’estate.
Quando ti ho visto arrivare avevamo diciott’anni, scorpione e pesci, A, B, C, e D, i pantaloni pestati sotto le scarpe e un armadio di maglie a righe. Pensavo che non ti avrei capito mai e che di me avresti ricordato ben poco, invece eccoci, di fronte all’Arno, appena dopo il Ponte Vecchio, vicini alla tua casa, lontani dalla mia.
Quella sera era freddo, freddissimo, l’autunno di Torino, era quasi il tuo compleanno e non lo sapeva nessuno, poi io ho detto quella frase, e l’ho detta così lo sai?, solo per ridere, solo per rivolgerti la parola perchè eri così bellino tutto rinchiuso nel tuo giubbotto. E tu hai sorriso così sul serio, così perfettamente che io non l’ho mai capito perchè.
Quando ti ho visto arrivare abbiamo trentasei anni, scorpione e pesci, il ricordo di una serata di baci, tutte le strade in un’applicazione telefonica e la giornata tutta intera da passare . Ti ricordi così bene di me che quei ricordi te li sei portati in una borsa verde militare e ricolma, il biglietto per i Jamiroquai, il biglietto del 30 quel pomeriggio seduti a star zitti per l’imbarazzo, la foto del Leoncavallo quella notte che ci abbiamo dormito perchè avevamo perso l’ultimo treno e ancora si poteva prendere quello del mattino dopo senza pagare di nuovo, sìcchè io mi spiazzo, mi riposo e mi riavvolgo in quelle coperte sicure che sono i nostri pezzi, cerco qualcosa da dire e dico una frase, e la dico così lo sai? solo per ridere, solo perchè zitta non so stare. E perchè sorridi così bene, questa volta io lo so.

“Sarebbe un sogno incontrarci qui ogni anno a vedere dove si va”
“Non è un sogno, è un progetto”

Magari ti dico magari per fare un esempio

“Songs are like tattoos” cantava Joni Mitchell in una delle sue canzoni più conosciute

che poi non è nemmeno una delle mie preferite; che poi nemmeno Joni Mitchell è una delle mie preferite, se proprio lo devo dire. Ma è da quando l’ho riascoltata che ho in mente di fare questo: mettere dei punti fermi attraverso le canzoni che sono tatuaggi per me, poche e in bianco e nero, proprio come i miei tatuaggi veri. Quindi abbiate pazienza se ora parto nel solito viaggio dei ricordi, che sono una delle poche cose che conosco davvero bene.

Francesco De Gregori, Stella Stellina. Il mitico A. (mio papà) è da sempre un appassionato di cantautori italiani e li ascolta davvero tutti, come una mega collezione di testi che hanno qualcosa da dire. Quando ero piccolina stavo ore e ore ad osservare i vinili che conservava dietro una vetrinetta nel salotto di casa, che poi era anche la mia stanza e quei dischi erano talmente tanti che ancora oggi mi sembra di non averli mai guardati e ascoltati tutti. Uno dei suoi preferiti in assoluto era Viva l’Italia. Quando iniziavo si e no a saper leggere, non essendo lui un grande fan dei libri, si metteva con me seduto su quel grande tappeto a fiori anni 70 e mi faceva ascoltare i suoi dischi, mi dava i testi tra le mani e cantava con me. Stella stellina è un canzone dalla semplicità disarmante, che parla di viaggi e di donne di campagna, di certo non una delle sue canzoni migliori, ma io la amo profondamente. Mi trascina sempre tra le pareti di quella stanza, con i tendoni beige e i quadri dipinti da quello zio pittore che vive in Emilia, e non mi fa mai sentire sola, mi strappa un sorriso e mi fa vedere che sono grande ma che se non fossi passata di lì, oggi sicuramente non sarei quella che sono.

Pearl Jam, Garden. Quando ero al liceo, avevo un migliore amico, lo stesso che scriveva le frasi e le firmava Jim Morrison, lo stesso che si portò la cassetta di Manu Chao in giro per la Spagna. Eravamo come fratelli e non ci perdevamo mai di vista, ci incontravamo a scuola, poi tornavamo a casa insieme, dopo pranzo passavamo ore al telefono di casa evitando palesemente di fare i compiti e studiare, lui mi faceva ascoltare i Doors, io gli dicevo che il grunge era meglio e ci immaginavamo di lì a vent’anni, ognuno a modo suo, ma sempre insieme. Uno dei tanti giorni storti della nostra stramba adolescenza, facemmo una litigata colossale in seguito ad una serie di confessioni che avrebbero dovuto renderci più amici e invece ci allontanarono, perchè una cosa che non si può proprio chiedere a 14 anni è di saper reggere la verità. Gli adolescenti hanno sete di cose vere, ma le vogliono sognare e immaginare come possono e vederle lì spiattellate di fronte agli occhi, non è cosa per loro. Quel giorno sbattei forte la porta di casa sua, corsi a casa con le lacrime agli occhi e misi questa canzone 5 forse 10 forse 20 volte. La ascoltai a così alto volume e per così tanto tempo che nemmeno mi accorsi del telefono di casa che, sommerso dal disordine della mia stanza, suonava e suonava, mentre all’altro capo, ad aspettare che rispondessi, c’era lui, che tentava di fare una delle cose che nella vita ha fatto poche volte: chiedere scusa.

Calexico, All Systems Red. Non troppi anni fa, (incredibile a dirsi, penserà chi mi conosce) avevo un fidanzato meraviglioso. Lo amavo tantissimo, come si può amare qualcuno solo quando si è grandi e davvero si è coscienti di cosa si vuole e, più del resto, di cosa si vuole conservare. Noi facevamo insieme un sacco di cose, parlavamo di tutto ciò che ci passava per la testa, vivevamo i giorni agganciandoli gli uni con gli altri, ci scambiavamo film e musica, ci ascoltavamo davvero, ci sembrava di avere un futuro. In una delle tante giornate di sole vissute insieme, in un periodo strano e difficile per entrambi, andammo a passeggiare e a fumare nel nostro posto in collina che ci faceva sempre stare bene e ritrovare un po’ di serenità. Fu un pomeriggio come gli altri, in fondo, e mi sembrò di aver superato già ogni cosa, finchè, scendendo in macchina giù dalla collina torinese, tra una curva e un’altra, lui mi disse non ti amo più. E proprio mentre mi stessi giusto domandando che cazzo di scherzo bislacco potesse essere quello, lo shuffle dell’autoradio scelse questa canzone, che avevo ascoltato milioni di volte perchè io i Calexico proprio li adoro. Ma quella volta fu diverso, il suo silenzio e il mio silenzio, all systems red che inizia con la dolcezza e poi finisce col dolore, mi convinsero che no, non era uno scherzo, non lo era proprio per niente.

Califone, The Orchids. Un certo numero di anni fa, che proprio non saprei dire quanti anche se di certo non tantissimi, mi trovavo a casa di un amico con parecchie altre persone a cui ero e sono tuttora legata. Era una di quelle serate mezze invernali che nessuno ha voglia di uscire o guidare la macchina per finire nei soliti locali torinesi a bere e infastidirsi delle code ai banconi. Ce ne stavamo lì a ridacchiare e ricordare aneddoti spassosi mentre uno stereo buttava nelle casse non troppo potenti della musica varia a caso. Mi ricordo che ascoltammo sia i Beatles che gli Ace of Base, tanto per dire. Ma proprio mentre giocavamo a dadi e io stavo per vincere una delle mie solite partite, sentii questa canzone e me ne innamorai immediatamente, un colpo di fulmine che nemmeno sulla posta del cuore di Cioè. Chiesi a tutti, che canzone è? oh, raga, qualcuno sa che canzone è? Ma nessuno lo sapeva e qualcuno buttò lì dei gruppi a caso, un mio amico musicista mi convinse con un nome e un titolo, il giorno dopo facendo una ricerca scoprii che si era sbagliato e quella canzone si perse nella mia testa. Quest’anno 2012, in una delle mie giornate passate a costruire e demolire cose, ero a casa di una persona che conosco da un po’ a godermi il piumone e le risate dei primi giorni, ascoltavamo canzoni una dietro l’altra e, proprio mentre mi perdevo nella bellezza dello star bene, di nuovo questa canzone, la riconobbi subito e me ne innamorai un’altra volta. Gli chiesi che canzone è? e lui me lo disse. Penso che a volte incontrando persone, incontriamo anche risposte. Che importa se prima passiamo attraverso domande sbagliate, che importa. Alla fine una risposta arriva, ed è quasi sempre quella che attendevi da più tempo.

Magnolia Electric Co, Almost Was Good Enough. Su questa canzone c’è poco da raccontare. Ci innamorammo e tutto fu più semplice.

Feels like time is on my time

La stanza sa di incenso alla mirra, quello che compravo al balon il sabato mattina uscita da scuola e di fretta salita sul pullman che attraversa tutta la città, la metropolitana leggera, la chiamano, da prima che ci fosse la metropolitana, quella vera. Il ragazzo che mi ha fatta entrare ha poco più di vent’anni, lo sguardo di chi crede ancora di poter vivere con l’arte, una cascata di capelli ricci e un anello d’argento che gli ha regalato la sua ragazza conosciuta ai tempi del liceo. Mi guarda con gli occhi ammirati e dice ho letto tutte le cose che hai pubblicato e vorrei mi aiutassi a scrivere un finale, qualcosa alla tua maniera, qualcosa che dica tutto di me. Se non fosse che il ragazzo praticamente non lo conosco non sarebbe un gran problema e allora inizio a fargli domande, a intendere le sue reazioni al di là delle parole, faccio dell’umorismo una via semplice di comunicazione e lui ridendo mi racconta che si è bloccato su un dettaglio, una penna ferma sul foglio da più di un mese, una telefonata che non si aspettava e un cancello chiuso, che nessuno ha chiavi per aprire. Gli domando se trovarne le chiavi sia poi così importante e lui sgrana gli occhi e mi risponde che no, non è importante per niente. A quel cancello si è affacciato per anni da bambino, sul lungomare che ogni giorno d’estate attraversava con la bicicletta al fianco, perchè non si corre con la bici in mezzo alla gente, gli diceva sua mamma. Infilava la testa tra le grate e osservava quel viale alberato con i fiori gialli e per interi minuti si chiedeva cosa ci fosse lì in fondo, una casa dal porticato bianco come nei film americani, bambini che giocavano sull’altalena, palette e secchielli sparsi sul prato, un cane sonnecchiante vicino all’ingresso. Ci è tornato anche da grande a riguardare quel viale, a cercare un’immagine tra le foglie degli alberi, e ha percorso tutta la strada in salita al di là delle case, quella strada antica che porta al paese vecchio, dove l’hotel aveva preso fuoco e sbriciolato così gli anni della belle epoque. Si è affacciato dal belvedere, ha chiesto ai passanti, si è fatto la nomea del matto romantico, ha cercato di fotografare ma cosa? un pensiero, una fantasia di bambino, un’illusione da mago professionista. Poi un giorno ha lasciato stare, ha chiuso i fogli in un quaderno a quadretti delle elementari e ha pensato che no, non l’avrebbe saputo mai cosa c’era alla fine degli alberi dai fiori gialli.

A volte non c’è modo di scorgere certe cose che si intravedono in lontananza, nemmeno girando intorno alle costruzioni che non permettono la vista, nemmeno osservando dall’alto e cambiando ogni volta la prospettiva da cui osservare. Alcune cose hanno bisogno di essere attraversate, percorse fino all’origine e poi di nuovo fino alla fine, per trovare un luogo cercato, bambini che si rincorrono sotto il sole d’agosto, biciclette appoggiate in un angolo all’ombra, sabbia sugli asciugamani e umidità nell’aria che arriva dal mare. Addentrarsi a raccogliere fiori gialli ai lati del vialetto, chiudersi il cancello alle spalle. E andare.