Ri-Epilogo

Ci siete?
Se ci siete tutti io vado col racconto.
Dunque. Usciamo insieme per un anno. E Fin qui tutto bene. Cioè oddio, tutto bene un cazzo, è di quelle storie che ti fai andare bene perché hai così tanta voglia di una storia che alla fine si, ti va bene anche quella.
Comunque usciamo insieme per un anno. E ogni giorno ci rivediamo a lavoro, seduti nella stessa stanza, inciampiamo l’uno nell’altra. E ci vogliamo bene, giuro che ce ne vogliamo tanto. Solo che lui si sa, non mi ama e chissà, forse nemmeno io amerei lui, se non fosse che ho deciso che lo amo e che ci sto male, si devo starci male per forza.
Quindi come sempre, parto con la mia preferita delle parti, il gioco del Crollatutto.
Inizio a fare domande, così, senza un filo logico o uno spunto qualunque, le butto lì a caso, come fossero frutto di un pensiero momentaneo, e invece ci penso da giorni, mi ci arrovello da settimane. E’ il bello come sempre non sono le domande ma il fatto che le risposte non sono mai quelle che vorrei, perchè è logico, non possono essere quelle giuste, è il gioco del Crollatutto. Il gioco in cui quello che vince è in realtà quello che perde. Solo io potevo metterlo in piedi, cazzo, a suo modo è un marchingegno geniale.
Poi un giorno, non so come, mi guadagno il suo rispetto, forse perchè solo per un attimo ho dimenticato che non devo essere me stessa e sono venuta fuori per quello che sono, errore gravissimo se quello che vuoi è vincere al Crollatutto, l’errore peggiore che si possa fare.
Così ve la faccio breve, nella scioltezza di quasi dodici mesi dodici, filati più o meno lisci tra una nevicata e qualche serata cucinata da lui e qualche serata rovinata da me, arriva l’estate e l’estate si sa, va passata con gli amici.
E poi al ritorno, eccola, una nuova ragazza, un altro nome, una nuova sveglia che non sono io.
E ieri viene fuori che lei ha problemi di salute, che qualche anno fa ha subito un trapianto e ora ogni tanto deve fare delle terapie. Io lui lo vedo, ci parlo, mi racconta. Mi scoppia il cuore dal bene che gli voglio e da quanto tutto questo sia profondamente ingiusto e irregolare e fuori luogo e sti cazzi.
E con il mio cuore colmo di bene e tutta una serie ingombrante di ricordi freschi come le uova sotto i piedi, e le lacrime agli occhi che fingo di collirio, mi viene solo da pensare: non c’è gara con un trapianto, porca puttana, vince lei.
Ed è così che si vince il Crollatutto, quando ti rendi conto che sei crollato anche tu e che quello che sei o sembri, non è nemmeno l’ombra di quello che meriti di essere e quella figa che eri chissà dov’è.

Ebbene si, ho vinto anche questa volta.

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Capire i Verdena (Alt. lyrics)

(No one can live in sorrow, Ask all your friends)

Se dovete andare ad un concerto dei Verdena, se lo avete in progetto, se volete farlo prima o poi, voi andateci con il cuore spezzato. Potete avere una speranza di apparizione o epifania o catarsi, è un buon modo, vi assicuro.
Per supportare il buon Plinio vi dirò subito che io i Verdena ovviamente non li capisco, e fanno tutta una serie di cose che solitamente non mi piacciono; troppe distorsioni vocali, nessun tipo di comunicazione e/o interazione, brutti testi, per non esagerare e dire orrendi, perchè dai su, alla fine non è bello scriver male dei Verdena. Ma io questa volta sul prato di Spazio 211 ci ho lasciato un pezzo di magone, attraversato con una lancia trafitto sconnesso sbattezzato. Che certe cose sono molto più forti e ti impressionano maggiormente, quando ti ci avvicini con incoscienza e un briciolo di inconsapevolezza. Ecco tutto. Per il resto bisogna solo ascoltare, stare in piedi farsi venire il mal di schiena, e sentire, per dire una grande banalità che però funziona sempre, essere disposti a sentire.
Poi sinceramente non importa, per questa volta non importa se il giorno dopo non andrete a rispolverarvi tutti gli album dei Verdena nei secoli dei secoli, o se non ricorderete nemmeno una delle canzoni che avete sentito, o se l’unica che sapevate, è proprio quella che non hanno fatto. Cazzo, non importa.
Ti rimane in testa quel gesto isterico di girarti e rigirarti su te stesso senza trovare vie d’uscita, il moto ondoso dell’assenza di cibo e degli attacchi di fame e di altra assenza di cibo e di altri attacchi di fame; il prezzo, sempre alto, di aver vissuto qualcosa di non condiviso, sciupato dalle continue assenze, ridotto a tre parole tre, sboccato e tenace come un’ingiuria.
Andateci con il cuore spezzato, e poi mi dite.

She’s mad but she’s magic

La mia finestra cotta dal sole
frettolosa vendemmia di uve mature
il suono frainteso di un cuore in affitto
rimbambito dal caldo e da un’ombra lontana.
Lascia correre, mi hai detto
ma la corsa non fa per me
io che nelle cose ci nuoto
e a volte ci affogo
e altre ci galleggio.
Lascia correre tu,
posa l’elmo, leva l’ancora
distenditi quieto al sole
che ora lo sai,
non è qui solo per me.

Mens sana

Scrivi che ti fa bene, scrivi che ti passa.
scrivi, è come sudare litri e litri
e poi dormir leggeri
che il caldo non lo senti più.
Ho perso di vista il finale
un rotolo di carta steso ad asciugare
asciugamani al vento d’estate
biancheria sparsa sui nostri letti.
Scrivi che il cuore si svuota
e non c’è verso di pedalare i chilometri
dei canti di gruppo non rimane che un’eco
tra le foglie d’agosto che non voglion cadere
e un istante basta a piacersi meno
e un istante basta a piacersi ancora.

Tu scrivi
che poi si vedrà.

Nulla osta


Ho scritto una storia, ha a che fare con la velocità, il fiato in corsa, una strada di semafori in verde.
E’ una storia in tre parole.
Sono
arrivata
in tempo.
Ha del miracoloso la brevità, un riassunto che in verità tutt’altro fa che riassumere; apre prospettive, fissa impressioni, vaglia ricordi.

Ho pensato ai tuoi baci per me, infiniti e rotondi
Visto un’ombra scomparire nella fermezza di vecchie fotografie
Ho stracciato appunti di lezioni mai rilette o insegnate
Costruito un luogo per me sicuro ed ora mi ritrovo lì.

Tutte quelle parole che abbiamo solo messo in attesa
E tutti quei fuochi che illuminano angoli di casa
Accanto alle tue cose ripiegate e discrete
Niente di già pronto, nessun gusto di ieri.

Raccontamela ancora quella favola di un giorno di festa
L’ho sentita mille volte e mille altre la voglio per me
Vale quanto battaglie di pirati e invasioni di barbari
E mi addormenta felice con il risveglio sotto il cuscino.

Things we lost in the fire

Prima del tonfo, prima di me, prima del giorno;

un incedere spartano, veicoli di motore e neve, verdi bottiglie vuote.

un estratto eterno della vita mia più vera e di quello che volevo restasse, anche solo a dirsi

primavere una e poi l’altra, i mari ghiacciati dal fiato, il sale in tasca a ricordarmi chi sei

incroci di nastri e fiocchi e non solo, una partita a scacchi iniziata anni fa,

mai vinta mai persa mai imparato a giocarci

sai quando hai quella sensazione, che non sia una buona idea, che non lo sia in alcun modo

tu non l’ascoltare

potresti sbagliarti

o perderti il piacere del lamento.

quel tonfo tu lo sai era il mio cuore

incollato e coglione

senza fuga.

Prima del giorno, in alba di gialli e di viola,

il fiato risanato dallo iodio,

il sesto senso in riarmo

ce ne vuole di spago, ce ne vuole matasse e matasse

ma forse più che ricucire

mi faccio un vestito nuovo.

Toh.

E poi basta

Mi si era spezzato il fiato a sentirti così vicino, le labbra dischiuse, il cuore che si rigenera. Avevo inventato mille storie, scritto frasi nella mia testa e su mille muri liberi di mille città mai visitate. Tutto quanto ridotto ad un pensiero, tutto quanto, tutto ciò che avevo era il pensiero di te. Volevo dirti grazie, ma sei tu che l’hai detto a me. Volevo dirti vaffanculo, ma sei tu che l’hai detto a me. Ho provato un cuore dimesso e l’ho portato a lutto e poi vestito di fiori. L’ho nascosto tra il sangue e le reni, maltrattato, sottomesso, dileguato. Mi è mancata la fame ad ogni risveglio, e poi è ritornata, animale smarrito che ritrova la strada di casa. Ho sancito il sonno quasi ogni notte, contato col cucchiaio, acqua ad un prigioniero.
il nostro amore scalzo, incauto, protetto.
il nostro amore invero, basito, riflesso.
Mi si era spezzato il fiato a rincorrerti tra le auto, mentre tu macinavi distanza e distanza ancora. Ma quando ti ho raggiunto, e ti sei lasciato calmare, ci siamo seduti e abbiamo pianto. In quella piazza tra le case, che da quel giorno è sempre piena di persone, come un ritrovo accanto al cratere di una bomba.
Siamo stati noi l’esplosione, brandelli di carne e vestiti e fogli all’aria e parole in volo, una forza distruttiva di carezze e spezie, un inverno di vie gelide e nebbia sul lungo fiume, il nostro cuore pieno e le nostre mani solo nostre, e di nessun altro. Una maglia di lana in cui entrare in due, una coperta che scalda i piedi, uno sgabello su cui sedersi ad ascoltare. E poi basta.

“E sarà come svegliarsi un mattino di marzo”