Dicevamo?

Stavi alla porta, schiena dritta dietro lo spioncino, e un attimo dopo schiena al soffitto a ciondolare gambe; la posizione del pilastro, si chiama, una di quelle in cui la parola chiave è disimpegnare. Sedute di fronte a due fette di torta fumanti, aspettiamo, che tiepide sono più buone. Penso la stessa cosa del caffè, sai?
E poi dici, giocando coi tuoi capelli raccolti di lato, lasciati cadere senza pesare le spalle, ogni volta che sento questa canzone penso che Marianne Faithfull deve averne fumate di sigarette in tutti questi anni, ma la sua voce è quella, ci vuol poco a capirlo. E d’improvviso non si sente altro che lei.
Avevamo lo stesso vestito, dovresti ricordarlo credo, l’avevamo comprato insieme, quello viola scuro con le maniche anni 70, che mi stava lungo dietro e corto davanti e io lo mettevo con i jeans sotto, sciocca ragazzina, nemmeno un’ombra di pelle, nemmeno un’idea. E poi quelle lettere, scritte d’un fiato, lette al telefono, rilette ancora. Cosa dicevano, dunque, cosa dicevamo?
Che siamo belle perchè siamo.
Che belle è un aggettivo come un altro.
Ma siamo è una parola scelta.
Che le parole non si aspettano.
Le parole si pronunciano.
E ascoltate valgono di più
Ma anche solo dette
Certe volte acquistano valore con l’età.

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